HomeScenariPMI e digitale: bisogna fare più leva sull’ecosistema per innovare le imprese

PMI e digitale: bisogna fare più leva sull’ecosistema per innovare le imprese

PMI ancora poco digitali. Come uscirne? Lavorare in rete e sfruttare di più l’ecosistema innovativo per avvantaggiarsi della trasformazione digitale per la competitività futura. I risultati dell’indagine dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano e i consigli del Presidente dell’International Council for Small Business.

Ti potrebbero interessare ⇢

Gaia Fiertler

Le PMI vivono il paradosso di comprendere la complessità del contesto internazionale, ma non collegano abbastanza la trasformazione digitale, soprattutto le tecnologie emergenti, alla competitività futura.

Rappresentano il 5% delle aziende italiane con 240mila imprese (il 95% è costituito da microimprese e solo lo 0,1% da grandi), ma sono un pilastro dell’economia italiana. Assorbono il 40% della forza lavoro privata e oltre il 40% del fatturato complessivo del Paese. Il loro ruolo non è solo economico, ma anche sociale e territoriale, perché da loro dipendono competenze, occupazione e valore generato nei territori in cui operano.

Eppure, sulla trasformazione digitale arrancano. Sono divise a metà tra quelle che investono intensamente o in modo selettivo (51%) e quelle che continuano a farlo poco o a non farlo proprio (49%). Limitata a una minoranza la spesa in Intelligenza artificiale, scarsi gli investimenti in Ricerca&Sviluppo e poca collaborazione con l’ecosistema innovativo che, invece, potrebbe fare da booster proprio per la trasformazione digitale.

La distribuzione della spesa digitale nelle PMI

Nel 2025, oltre una PMI su due ha aumentato la spesa per la trasformazione digitale rispetto al 2024, ma si assiste a una forte polarizzazione. Il 24% investe intensamente in tutte le aree aziendali e un ulteriore 27% lo fa in modo selettivo.

Dall’altro lato, il 22% investe poco perché ritiene il digitale marginale nel proprio settore. Il 9% considera i costi sproporzionati rispetto ai benefici attesi. Il 4% non ne comprende i benefici e il 14% non investe affatto.

Le aree più digitalizzate restano amministrazione, finanza e controllo, marketing e vendite, produzione di beni e progettazione di servizi. Sono invece ancora poco presidiate la gestione delle risorse umane e i processi di innovazione.

Sul fronte tecnologico, le PMI stanno soprattutto colmando ritardi infrastrutturali. Il 56% ha investito nel Cloud nel triennio 2023-2025 e la quota prevista sale al 91% nel periodo 2026-2028. Le tecnologie emergenti restano invece lontane: il 91% delle PMI non ha sostenuto spese né le prevede per blockchain, realtà aumentata, realtà virtuale e quantum computing.

Vantaggi e criticità dell'AI

Gli investimenti in AI

Quanto all’Intelligenza artificiale, il 76% delle PMI italiane non ha investito né prevede investimenti e solo il 7% ha avviato programmi strutturati di formazione. Salvo poi dilagare un uso informale e non controllato dell’AI, senza protezione dei dati aziendali e senza strategia, la cosiddetta “Shadow AI”.

Le aziende riconoscono i vantaggi dell’intelligenza artificiale in tema di competitività anche con aziende più grandi; maggiori performance, aumento di produttività e tempo ritrovato per svolgere nuovi compiti e attività a maggiore valore, ma restano i grandi vincoli delle competenze (79%) e dello sviluppo di una data governance (72%).

Ricerca e sviluppo: debole la propensione all’innovazione

Anche l’attività di Ricerca & Sviluppo resta poco strutturata. Il 47% non ha svolto attività di R&S negli ultimi tre anni, né interna né esternalizzata. Solo il 15% fa Ricerca e Sviluppo in maniera sistematica. Anche la tutela della proprietà intellettuale è limitata: meno di due imprese su dieci hanno depositato brevetti o registrato marchi.

Più di una PMI su tre non ha sviluppato alcuna forma di innovazione negli ultimi tre anni. Tra chi innova, prevale l’innovazione di processo, seguita da prodotto e servizio. Solo il 10% ha lavorato insieme su tutte e tre le dimensioni.

I principali ostacoli sono l’operatività quotidiana e la mancanza di risorse che non aiuterebbero a pianificare investimenti né a seguirli adeguatamente. Solo il 27% delle PMI dichiara di non aver incontrato ostacoli.

A pesare è anche la scarsa apertura all’ecosistema: solo un terzo delle PMI ha avviato collaborazioni con attori esterni per la R&S negli ultimi tre anni, mentre il 55% non lo ha fatto né intende farlo. Startup, piattaforme di Open Innovation e hub di innovazione restano partner rari, con tassi di collaborazione attiva inferiori al 5%.

Intensità digitale: differenze tra piccole e medie imprese

Per intensità digitale si intende la combinazione tra infrastruttura tecnologica, strumenti a supporto di processi interni e soluzioni di interfaccia con l’esterno.

Nel complesso, dall’indagine del Polimi risulta che la maggior parte delle PMI esprima una intensità alta (42%) e media (40%), ma c’è una forte distanza tra le medie (13% molto alta, 54% alta, 27% media e 6% bassa) e le piccole (3% molto alta, 41% alta, media 42% e 14% bassa).

Inoltre, le tecnologie più diffuse sono sistemi di sicurezza informatica, siti aziendali e gestionali amministrativi e contabili. Sono invece meno diffuse soluzioni innovative di pagamento, gestione e automazione delle vendite e di knowledge management.

Le differenze tra PMI e PMI innovative

L’esempio virtuoso delle PMI innovative

Fanno eccezione le PMI innovative, oltre 3.100 realtà registrate come tali al febbraio 2026, con una maggiore capacità di fare innovazione. Il 49% ha introdotto contemporaneamente innovazioni di processo, prodotto e servizio nell’ultimo triennio.

Il 42% ha presentato domande di brevetto. L’80% ha assunto personale con dottorato di ricerca, laurea STEM o diploma ITS Formazione 4.0: definizione, strumenti, incentivi e ruolo degli ITS. L’84% collabora con università, centri di ricerca e imprese in progetti di ricerca e sviluppo.

Le PMI innovative dimostrano quindi che l’innovazione non è solo una questione di tecnologia, ma di metodo. Investire in competenze, proteggere la conoscenza, collaborare con l’ecosistema e trasformare la Ricerca&Sviluppo in una componente stabile del modello aziendale.

Sottostimato il valore dell’ecosistema, ma serve l’impegno di tutti gli attori

Dove si collabora con l’ecosistema risulta una maggiore propensione a investire in digitale, è più probabile la presenza di un presidio IT e l’intensità digitale è mediamente più alta. Tuttavia, l’indagine conferma la scarsa collaborazione delle Pmi con soggetti esterni, che non siano fornitori tecnologici (44%) e società di consulenza (35%).

In totale quasi il 70% ha relazioni con l’esterno, ma ancora troppo poco con quegli ecosistemi che potrebbero facilitare una più rapida diffusione di cultura digitale e riorganizzazione, oltre che adozione di tecnologie.

Claudio Rorato

Solo il 17% sfrutta l’offerta dei servizi digitali delle associazioni di categoria, solo il 14% entra in progetti dell’ecosistema dell’innovazione (come i Digital Innovation Hub e i Competence Center) e solo il 7% sviluppa progetti con università e centri di ricerca.

"Eppure", tuona Claudio Rorato, direttore dell’Osservatorio Innovazione digitale nelle Pmi del Politecnico di Milano, "le PMI non possono essere lasciate sole ad affrontare una simile trasformazione".

"Serve un ecosistema che diventi una vera estensione dell’impresa: centri di ricerca, innovation hub, fornitori tecnologici, professionisti e imprese devono aiutare le PMI non solo a comprare servizi, ma anche a elaborare nuove visioni e supportarle nei processi decisionali", precisa Rorato.

"Occorre una comunicazione più efficace, con chiari e misurabili gli impatti di un investimento tecnologico, dimostrando che la tecnologia non è sempre costosa e con una offerta che tenga conto della strategia e delle necessità dell’azienda cliente. Il nodo non è solo finanziare l’innovazione, ma renderla comprensibile, accessibile e praticabile".

Tre consigli per il futuro delle PMI: che fare se non possono agire come le grandi?

pmi e digitale
Ayman El Tarabishy

Sul futuro delle Pmi a livello mondiale è intervenuto anche Ayman El Tarabishy, Presidente e CEO dell’International Council for Small Business, organizzazione no-profit dal 1955 impegnata nel supporto e nella ricerca sulle piccole imprese, promotore della Giornata delle Micro, Piccole e Medie Imprese (27 giugno), istituita nel 2017alle Nazioni Unite.

Secondo il professore della George Washington School of Business, la prudenza negli investimenti è una scelta razionale, poiché le PMI non hanno le riserve delle grandi imprese e sono di fronte a un continuo rischio geopolitico, energetico, di costi e inflazione. Non è pensabile considerarle come delle grandi aziende.

Ayman El Tarabishy dà le seguenti raccomandazioni:

  1. Lavorare in rete e collaborare, come si stanno preparando a fare a scuola le nuove generazioni.
  2. Sviluppare una Intelligenza artificiale umanizzata che non rappresenti una minaccia.
  3. Puntare sulla rinascita del tocco umano, della creatività e dell’artigianato.

Il professore ha portato a esempio la strategia di Illy Caffè e Galdi (produttore di macchine per il confezionamento del latte), due aziende italiane che hanno fatto leva sull’innovazione tecnologica, vendono in tutto il mondo, ma con solide radici locali e una forte identità di brand, prodotto e servizio.