Una rivisitazione del “reshoring”

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Dell’argomento “reshoring” abbiamo in più occasioni parlato sulla nostra rivista. Con sfoggio linguistico, il reshoring consiste nel riportare servizi e attività “outsourced” nel luogo da cui erano stati prima “offshored”. C’è anche chi parla di back-reshoring per indicare il ritorno, o rilocalizzazione, di impianti delocalizzati, e di near-reshoring, se un’azienda effettua lo spostamento non proprio in patria ma in un paese più vicino alla casa madre. Tanto basta per evidenziare quanto questo tema sia oggetto di analisi e dibattiti non raramente solo superficiali. Nella sostanza dei fatti, la pratica del reshoring apparre essere indubbiamente in crescita, come opzione attrattiva per aziende attive soprattutto in settori con linee produttive caratterizzate da veloci cambiamenti ed elevata dipendenza da fattori qualitativi. Più rapidi time to market, migliore qualità, vicinanza degli stabilimenti produttivi ai siti di innovazione e ai mercati di riferimento con crescente necessità di concepire prodotti a misura della domanda dell’utente, sembrano superare in importanza le tradizionali motivazioni di offshoring: le dinamiche economiche delle localizzazioni di offshoring prima attrattive nel Far East e in genere in Asia, sono in cambiamento, cioè, in parole povere, il costo della manodopera non ha più i bassi livelli di una volta. Da aggiungere, come ulteriore elemento negativo, i costi e le insicurezze dei trasporti su lunghe distanze e, come nuovo elemento positivo, l’emergenza di metodologie manifatturiere che sembrano garantire processi cost-effective, in primis il 3D printing. Quindi il 3D printing come reshoring-enabler? Presto per dirlo, ma da tenere sotto osservazione. Comunque sia, le cose non sono mai semplici come sembrano, e la complessa dinamica che sottende l’attuale trend del reshoring è forse meglio espressa da “intelli-sourcing”, nuovo ulteriore termine atto a sottolineare la sfida continua che le aziende devono affrontare nel bilanciare gli aspetti economici della propria attività con la reputazione del loro business agli occhi del mercato. Ricade infatti forse meglio in questo contesto una decisione di aprire un nuovo sito in patria da parte di azienda che ha delocalizzato all’estero il sito principale di produzione, mantenendolo tale: qui non si ha un reshoring “fisico”, ma piuttosto una strategia di reshoring che rientra a pieno titolo nel citato intelli-sourcing. Queste strategie si stanno manifestando in modo estremamente diversificato a seconda del tipo di azienda; per esempio, produttori di apparecchiature consumer pare che statisticamente abbiano in una qualche forma più di altri “reshored” per meglio servire i mercati nazionali, senza chiudere necessariamente i loro impianti nel Far East, e casi emblematici sono Apple e Google che hanno investito in capacità domestiche mantenendo il loro core business manifatturiero in Asia. Nella pratica, le aziende che hanno completamente rilocalizzato sono poche, e il cosiddetto trend del reshoring sarebbe meglio da considerarsi come un sottoprodotto, non come un risultato, perchè oggi ciò che si vede è un robusto movimento di ristrutturazione della produzione a livello globale, basato sull’efficienza operativa, sulla prossimità ai mercati e sulla loro risposta, e sul potere dell’innovazione. Potremmo dire che si sta assistendo a una forma di “right-shoring”, equilibrio tra le attività che è più opportuno delocalizzare e quelle che devono essere mantenute a casa, facendo leva sulla capacità di adattare i prodotti a Regioni differenti sfruttando tecnologie emergenti che possono fare la differenza su costi e processi. Per cui basta trionfalismi sul back-reshoring: nessuno torna a casa e basta, e se lo fa, è perchè ha capito che gli conviene.

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