Killer robot, il lato oscuro della robotica

L’automazione e l’intelligenza artificiale sono da tempo entrate nell’ambito militare con la creazione di sistemi robot autonomi o controllati da remoto per operazioni di supporto, trasporto, ricerca e salvataggio ma anche di attacco.

 L’argomento non è certo dei migliori, ma occorre parlarne perché il problema, o meglio la minaccia esiste e si sta sviluppando, esempio emblematico di come la tecnologia non sempre va nella direzione del miglioramento della società e della vita dei singoli. Prima di tutto una precisazione: la dizione “killer robot” appartiene al lessico popolare, ed è prettamente derivazione della filmografia di genere, dove i robot killer abbondano, insieme a sofisticati armamenti dotati di intelligenza artificiale. E sono proprio questi ultimi che hanno iniziato a uscire dalle sale cinematografiche per entrare, questa volta realmente, negli arsenali di non pochi Paesi al mondo. Si deve quindi parlare di Fully Autonomous Weapons, o anche di AWS, Autonomous Weapons Systems, armamenti con capacità decisionali autonome che possono selezionare e ingaggiare bersagli senza intervento di un operatore umano, e su cui si sta aprendo un ampio dibattito etico, ed è  inquietante la previsione del Dipartimento della Difesa USA: entro il 2050 gli eserciti saranno formati quasi esclusivamente da robot killer. Mutuando le rivoluzioni industriali, i Fully Autonomous Weapons rappresentano la terza rivoluzione bellica, dopo quelle  della polvere da sparo e delle armi nucleari. Questi armamenti, di fatto dei “force multiplier”, potrebbero avere la capacità di compiere operazioni belliche complesse in ambienti poco strutturati, e la loro velocità potrebbe spingere i conflitti armati fuori controllo, e dato che possono operare senza intermediazione umana, le loro azioni non sarebbero mitigate dalla comprensione di conseguenze che potrebbero alterare sia le relazioni tra gli stati che la natura stessa di un conflitto.

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