La seconda vita dei nastri magnetici

Le nuove tecnologie parevano averli spinti all’estinzione, invece non solo esistono ancora oggi, ma sono sempre più utilizzati per archiviare l’enorme mole di dati prodotta ogni giorno.

Per decenni i nastri magnetici sono stati la miglior risposta alla crescente esigenza di archiviare dati e informazioni. Diffusi a partire dagli anni Cinquanta del ‘900 e diventati iconici nella vita quotidiana di tutti (si pensi alle cassette per registrare e riprodurre musica), da tempo non godono più di grande fama. Anzi, paiono spariti, inevitabilmente sacrificati sull’altare del progresso che soppianta di volta in volta le tecnologie, quando superate con altre più moderne e affidabili. Ma è davvero così? Nell’era dei big data e con il progressivo, anzi esponenziale moltiplicarsi di informazioni che coinvolgono sempre più ambiti della vita personale, sociale ed economica, il nastro magnetico può ancora giocare un ruolo fondamentale, presentando caratteristiche competitive rispetto ad altri sistemi concorrenti, che lo rendono ancora utilizzabile con profitto negli archivi.
In caso di blackout
A cosa si deve questa straordinaria longevità? Non certo alla mancanza di concorrenza, quanto alla capacità dei nastri di condensare al meglio alcune caratteristiche fondamentali: economicità, compattezza e capacità di memorizzazione, con quest’ultima in continuo aumento grazie ai progressi della ricerca. Altro aspetto da non trascurare, la durata del supporto. Già da tempo, i vecchi nastri si sono dimostrati fondamentali per ripristinare i dati persi momentaneamente o definitivamente a causa di guasti o manomissioni a server o computer. E molti sono pronti a scommettere che saranno proprio i nastri la risposta per salvare la memoria del mondo in caso di “disastri”. Un po’ come chi, provocatoriamente ma non troppo, afferma che se l’uomo smettesse di usare la carta come supporto per la scrittura, rischierebbe di perdere qualunque tipo di informazione quando, magari tra secoli, si saranno perse le capacità di utilizzo delle tecnologie alternative al buon vecchio libro e da tempo andate in disuso. Un esempio su tutti: nel 2011, a seguito di un blackout del sistema Gmail in molte parti del mondo, Google riuscì a minimizzare e poi risolvere il problema grazie all’uso dei suoi sistemi di backup su nastro. Da allora, altri grandi fornitori di servizi cloud hanno adottato il nastro per la conservazione dei dati a lungo termine e, inoltre, i principali fornitori di cloud storage come Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud Platform utilizzano librerie di nastri collegate a nastri come parte delle loro architetture di storage.

Dati al sicuro
L’archiviazione su nastro è la più vecchia tecnologia di memorizzazione ancora in uso, se si esclude la scrittura su carta. Benchè le vendite siano iniziate a calare dal 2008 in poi, in questi anni si sta registrando una vera e propria inversione di tendenza. Secondo gli esperti del Cern il nastro ha dalla sua almeno quattro caratteristiche che lo rendono ancora appetibile rispetto a un tradizionale hard disk: velocità (fino a quattro volte maggiore), assenza di necessità di alimentazione per conservare i dati, affidabilità (i nastri possono essere letti anche almeno a tre decenni successivi alla registrazione), sicurezza (in caso di attacco hacker è ad esempio possibile cancellare in modo sicuro 50 petabyte di dati in pochi minuti). Altro punto a favore della “vecchia” cassetta: il basso costo per gigabyte, che si aggira sui 4 centesimi contro i 10 dello storage su disco.

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