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Space Economy in crescita, ma nel post PNRR si deve creare valore per le imprese

Tecnologie satellitari evolute, tra sensori ottici e radar integrati con modelli di Visual Large Model, saranno sempre più disponibili, a patto di tradurre i dati grezzi in soluzioni e servizi pronti per le imprese. I risultati dell’Osservatorio Space Economy del Politecnico di Milano.

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Gaia Fiertler

Il mercato della Space Economy si consolida dopo l’abbuffata dei fondi del PNRR. Da un lato si rinforzano le tecnologie in orbita per fare una prima analisi dei dati a bordo dei satelliti (pre-processing) e mandare a terra solo i dati utili. Dall’altro lato, sono in fase di sviluppo le applicazioni industriali per tradurre in decisioni strategiche i dati raccolti dai sistemi di Osservazione della Terra.

La creazione di valore si sta infatti spostando a valle. Quello che era un settore prevalentemente destinato alla ricerca scientifica e alla sicurezza/difesa, ora offre molteplici opportunità a sempre più operatori privati, anche “non Space”, che cercano contaminazioni e diversificazioni e ai system integrator per la valorizzazione dei dati satellitari.

La nuova edizione dell’Osservatorio sulla Space Economy del Politecnico di Milano riporta i dati di crescita del settore e una fotografia puntuale e aggiornata della composizione della filiera, con le tipologie di operatori e la dimensione delle startup a livello globale e nazionale (qui link all’altro pezzo sulle startup che faccio a parte perché troppe info tutte insieme).

Si consolidano i servizi di Osservazione della Terra

Il mercato dei servizi di Osservazione della Terra in Italia nel 2025 ha raggiunto i 340 milioni di euro, con una crescita del 17% rispetto al 2024. Dopo la forte accelerazione del 2024 (+28%), dovuta ai fondi PNRR di cui quest’anno si concludono i progetti, la crescita appare inferiore, ma in linea con l’evoluzione del contesto europeo.

Secondo le ultime stime EARSC pubblicate nel 2025, il mercato europeo ha raggiunto i 2,66 miliardi di euro nel 2024, con una crescita pari a +17% rispetto all’anno precedente.

Creare valore per le imprese con i dati di Osservazione della Terra

L’approvvigionamento di dati di Osservazione della Terra è fortemente dipendente da fonti pubbliche, che rappresentano il 71%. In particolare, le più rilevanti sono le fonti pubbliche europee come Copernicus (50%), seguite dai dati pubblici italiani (30%) e da quelli extraeuropei (20%). Ma ci si apre sempre più verso fonti private (perlopiù startup e PMI), che coprono il 29% dell’approvvigionamento (versus 16% nel 2024).

Le imprese si orientano sempre più verso integrazione con il downstream (servizi a terra per le imprese e i cittadini, sfruttando i dati, le infrastrutture e i segnali provenienti dallo spazio). Il 36% delle aziende adotta strategie di integrazione a valle e un ulteriore 36% di integrazione orizzontale. Solo il 5% punta all’integrazione a monte (“upstream”, ossia razzi, satelliti, stazioni orbitanti).

La creazione di valore è pertanto sempre più concentrata su prodotti, servizi e soluzioni applicative, anziché sul controllo dell’infrastruttura. Gli ambiti di applicazione nel 2025 come monitoraggio, analisi rischi, alert e servizi a valore aggiunto vedono ancora al primo posto quello militare e della sicurezza pubblica (passata però dal 30% al 20%), non per una contrazione del mercato ma per un riequilibrio, secondo gli esperti.

Anche Costruzioni e infrastrutture critiche è al primo posto, con un balzo in avanti dal 5% al 20%, mentre Energia e Utility sale dall’11% al 17%, al secondo posto con Agricoltura, silvicoltura e pesca (17%), nella Top Five dalle rilevazioni del 2022.

I vantaggi del Visual Large Model anche per le PMI

System integrator e società di consulenza come Storm Reply e EY presenti al convegno “La Space Economy italiana nel post PNRR: la sfida della valorizzazione” sottolineano come per evitare “l’effetto demo perenne” e far sì che i dimostratori realizzati con i fondi europei non restino “solo” dimostratori, si debba rispondere alle richieste del mercato. Un mercato che oggi chiede soluzioni affidabili, continuative, con ritorno sull’investimento.

In pratica, le tecnologie satellitari ormai mature devono essere integrate nei processi aziendali, rese scalabili e industrializzabili. In particolare, EY ha sottolineato come proprio l’AI generativa oggi abbatta le barriere tra Space Economy e le PMI, grazie a un’analisi dei dati satellitari veloce, accessibile e contenuta nei costi, rispetto alla fase pre “Visual Large Model”.

Almaviva, per esempio, ha lanciato la prima GenAI italiana tramite Almaware e, per il settore idrico, Almaviva BluBit. Queste iniziative confermano la strategia multilivello e multi-dominio Almaviva per fornire al cliente soluzioni pronte, a supporto delle decisioni, partendo da dati satellitari (ottici e SAR) di costellazioni pubbliche e private.

Quindi, come personalizzazione, raccoglie dati con droni e IoT sul campo di interesse (“ground infrastructure”) e altri dati verticali aziendali per sbloccare soluzioni, attività e servizi validati e user friendly per il cliente, per esempio simulazioni “What if”, soluzioni di alerting con istruzioni d’uso e sistemi predittivi.

Come funziona il Geospatial Foundation Model IBM/Nasa

In particolare, il Geospatial Foundation Model sviluppato da IBM e NASA, noto come Prithvi, che ha superato il primo anno di vita, consente il monitoraggio della Terra indipendentemente dalle condizioni climatiche (“vede” e registra il livello delle alluvioni anche in caso di cielo nuvoloso, pioggia e di notte). Questo perché integra dati ottici con dati Sar (Synthetic Aperture Radar), che sono immagini catturate tramite microonde.

I modelli Prithvi-EO 2.0 utilizzano una tecnica chiamata multimodal fusion (fusione multimodale), che “impara” la correlazione statistica tra ciò che vede il radar e ciò che vede il sensore ottico. In pratica il SAR “buca” le nuvole, perché il segnale radar attraversa il vapore acqueo e fornisce al modello la struttura del terreno e la presenza d’acqua in tempo reale. Prithvi è stato invece addestrato su serie storiche di dati ottici con il cielo sereno. Sa quindi che aspetto dovrebbe avere quel territorio “sotto” le nuvole.

Il modello usa il segnale SAR attuale come scheletro e i dati ottici passati come riferimento di contesto. Grazie alla sua architettura Transformer, riesce a ricostruire un'immagine coerente.  

Costellazione di satelliti IRIDE: abilitatore di servizi a valle

Cruciale per la crescita dell’Osservazione della Terra è proprio la costellazione di satelliti IRIDE, una delle più importanti iniziative spaziali europee, sviluppata dall’Italia con i fondi PNRR, che comprende satelliti con sensori ottici ad alta risoluzione e satelliti SAR.

L’infrastruttura spaziale con tecnologie Prithvi-EO 2.0 sarà utilizzata dalla Protezione Civile (è già operativa, ma a regime da metà 2026) e abiliterà servizi con risposte in tempi rapidi.

Oltre due terzi delle aziende (68%) del campione dell’Osservatorio sulla Space Economy ha una buona conoscenza del programma. Solo il 5% non ne ha alcuna familiarità ed è percepita soprattutto come un abilitatore dello sviluppo del mercato a valle della filiera, con un impatto sull’ampliamento dell’offerta per il settore privato e sulla crescita dei servizi basati sui dati di Osservazione della Terra, oltre che su un incremento complessivo della disponibilità di dati.

Secondo le aziende intervistate, gli ambiti che ne beneficeranno di più saranno Costruzioni e infrastrutture (50%), Energia e Utility (44%), Agricoltura, silvicoltura e pesa (43%). Le imprese italiane riconoscono alla Space economy qualità dei dati, ricerca e capacità di innovazione, ma scarsa cooperazione nazionale e bassa velocità di valorizzazione e di scalabilità internazionale.

Identikit della filiera spaziale italiana

La filiera ha una vocazione manifatturiera. Il 53% delle aziende opera in progettazione e produzione di apparecchiature e sottosistemi. Il 19% in lancio e gestione di satelliti o asset. Il 16% nelle applicazioni di segnali e dati satellitari. Il 12% nei servizi di supporto specializzati.

Il 20% del campione sviluppa tecnologie/prodotti/servizi solo spaziali, un altro 20% spazio e aeronautica, mentre il 60% è all’interno di settori adiacenti come aviazione (26), metalmeccanica (21%) e automotive (20%).

La natura diversificata della filiera, che è una peculiarità italiana, amplia i mercati e i casi d’uso, rende più robusto il trasferimento tecnologico e crea opportunità di innovazione.

Convivono imprese specializzate in nicchie tecnologiche e processi di alta qualità, ma che devono allocare con attenzione risorse e priorità e imprese più strutturate, in grado di sostenere programmi complessi, aprire canali internazionali e “aggregare” competenze nell’ecosistema.

Le grandi imprese trainano la filiera/rete dello Space Economy

Sono le grandi imprese il nodo chiave del “value network” e per lo sviluppo di collaborazioni strategiche, ma le Pmi dichiarano le difficoltà a collaborare con loro. A livello nazionale, vedono la competizione interna come uno degli ostacoli principali allo sviluppo della filiera in logica di ecosistema.

A livello europeo, l’aspetto più critico è l’accesso ai finanziamenti, mentre a livello extra-europeo la frammentazione del quadro normativo. Strategie e collaborazioni sono anche frenate dal contesto geopolitico mutevole. Piccole imprese (38%), medie imprese (56%) e grandi imprese (40%) stanno rivedendo i propri piani strategici e le attuali collaborazioni.

"L’economia globale dello spazio sta attraversando una fase di rapida trasformazione e di significativa espansione. L’Europa sembra timidamente intraprendere il percorso di innovazione istituzionale e industriale suggerito nel 2024 dal Rapporto Draghi, senza dismettere del tutto alcune sclerosi regionalistiche o tecnocratiche", afferma Paolo Trucco, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Space Economy.

"In questo contesto, l’Italia della Space Economy si trova oggi a un punto di svolta. Con il 2026 terminerà l’impulso del PNRR che ha sostenuto progetti di sviluppo tecnologico e di rafforzamento della filiera Spazio nazionale e siamo chiamati a non disperdere questa eredità. Tutti gli attori della Space Economy nazionale devono riflettere su quanto di buono fatto in questi anni e agire in modo concertato per moltiplicarne il valore trasformativo e di consolidamento della leadership del nostro Paese", afferma Paolo Trucco, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Space Economy.

La servitizzazione dell’offerta

Nella filiera italiana emerge la tendenza alla servitizzazione degli asset spaziali. Il numero delle imprese che hanno già abbracciato o stanno valutando di abbracciare il modello dell’Everything-as-a-service per i propri asset è cresciuto dal 39% nel 2024 al 62% nel 2025.

Gli approcci più adottati o in fase di valutazione sono quelli della “fabbrica come servizio” (26%) e del “software come servizio” (25%).

L’interesse per la Space Economy da parte delle aziende “non Space”

Per più di un’azienda “non Space” su due (55%) lo spazio rappresenta un’area di potenziale interesse per la diversificazione. Solo una quota limitata di imprese dichiara di aver già diversificato il proprio modello di business nello spazio (4%) e una percentuale ridotta ne ha valutato l’ingresso, ma ha deciso di non proseguire (2%).

L’interesse è esteso: il 42% delle imprese non ha ancora valutato concretamente l’ingresso nel settore spaziale, ma potrebbe considerarlo, mentre il 13% è in fase di esplorazione. La diversificazione viene spesso attivata a seguito di richieste provenienti da clienti, partner o attori istituzionali (ad esempio agenzie spaziali), che creano opportunità di collaborazione e primi progetti pilota.

Ci sono imprese infatti che come core business prodotti, processi e servizi già consolidati che si potrebbero adattare al business spaziale, per esempio nell’ambito dei materiali e delle tecnologie (ad esempio, la stampa 3D).

Ampliare l’accesso allo spazio a un numero maggiore di attori richiede però di superare alcune barriere. La carenza di competenze interne (53%), che rende più difficile valutare le opportunità e tradurre i bisogni aziendali in requisiti compatibili con tecnologie e servizi spaziali. La mancanza di relazioni (52%), che limita l’accesso a interlocutori, partner e reti specializzate e una conoscenza ancora insufficiente del mercato (51%), che riflette un gap informativo sull’ecosistema, sugli attori coinvolti e sui modelli di offerta disponibili.

L’adozione dell’AI

L’adozione di soluzioni AI è già concreta per un’impresa su due (54%) nella Space Economy, in particolare nelle attività di progettazione e produzione (27%), nell’erogazione di servizi (13%) e nello sviluppo di prodotti (12%).

Tra le resistenze, ad oggi, il 28% dichiara una carenza di competenze nei candidati, una difficoltà ad attrarre il capitale umano per mancanza di comunicazione (17%), un’elevata competizione intersettoriale (16%) e anche intrasettoriale.