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Spatial Computing: principi base e prospettive

Tramite lo Spatial Computing si ha un’inedita unione tra mondo reale e mondo fisico, che prevede un intreccio tra la nostra realtà e il “Computer Landscape”.

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La Redazione

Alcune formalizzazioni concettuali, o parti di esse, non raramente riescono a trovare la strada per uscire dai luoghi in cui si pensa, si studia, si cerca di capire e prevedere conseguenze e prospettive. Ciò per dar vita, successivamente, a potenzialità applicative che innescano filoni tecnologici innovativi fruibili, con un notevole impatto su pratiche e processi industriali. Tornando alle basi originali di un concetto si possono però scoprire potenzialità non sfruttate che possono arricchire l’implementazione pratica, ritenute inizialmente parte di teorie poco accessibili. Questo è il caso dello Spatial Computing.

Il significato di Spatial Computing

Definire esattamente cosa si intende per Spatial Computing non è particolarmente difficile. Ma non è neanche facile, perché nel tempo sono state rese disponibili spiegazioni provenienti da più fonti che, da un lato, sono eccessivamente accademiche, e dall’altro risultano forse troppo semplificate. Il concetto, formulato da Simon Greenwold, ai tempi ricercatore presso il Media Lab del MIT, risale ai primi anni del 2000, ed era così sviluppato: per Spatial Computing si intende l’interazione umana con una macchina, laddove la macchina mantiene e manipola i riferimenti a oggetti e spazi reali. Se ne è poi riparlato nel 2007, nell’ambito di un seminario sul Computing Media Languages for Space-Oriented Computation.

In questo contesto, fra le altre cose, è stato detto che con la disponibilità a costi decrescenti di risorse di elaborazione spaziale ad alta capacità diventerà possibile padroneggiare solidamente il calcolo spaziale. Tale padronanza ci consentirà di trasformare le nostre capacità ingegneristiche e la nostra comprensione del mondo naturale e, in sostanza, del mondo in cui viviamo. Già si intuisce dove si vuole andare a parare, e con un salto temporale di una decina d’anni si può vedere – grazie all’arrivo di realtà virtuale e aumentata – che alcune aziende iniziano a utilizzare il termine “Spatial Computing” in riferimento all’uso di azioni fisiche (quali movimenti del corpo, gesti e anche linguaggio) come input per sistemi digitali interattivi, con lo spazio fisico tridimensionale percepito come una sorta di tela per output video, audio e tattili. Si potrebbe altresì dire che lo Spatial Computing utilizza lo spazio fisico per inviare input e ricevere output da un computer.

Un ampliamento del concetto

Lo Spatial Computing è, per quanto non evidente, estremamente diffuso. Il fatto di non accorgersi di farne uso può rendere difficile la comprensione di cosa effettivamente sia e di come questo operi. Per tale ragione, il concetto viene spesso ignorato e considerato come un aspetto complesso della tecnologia, nonostante questo definisca il modo attraverso cui le persone interagiscono con il proprio panorama digitale.

Quali sono gli usi più comuni di Spatial Computing? Si tratta davvero di una rivoluzione in ambito informatico? E quali sono, invece, gli aspetti computazionali del concetto?

Trovi tutte le risposte nell’articolo completo

Spatial Computing: principi base e prospettive - Ultima modifica: 2022-03-10T11:41:41+01:00 da La Redazione
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