Uno tsunami nel mondo dei semiconduttori

fig1Una conglomerata giapponese, tra i leader delle telecomunicazioni e con molteplici ed eterogenee partecipazioni societarie, ingloberà l’azienda leader mondiale per IP core: quali gli effetti sul futuro dell’IoT?

La notizia del giorno, e la si può ben definire tale stante l’importanza e gli effetti che avrà sul mercato dell’elettronica e anche sui futuri sviluppi dell’IoT, è l’acquisizione di ARM, Advanced RISC Machine, da parte della società di investimenti giapponese SoftBank. Ma chi sono i protagonisti di questa transazione da 32 miliardi di dollari resa nota a luglio di quest’anno?

ARM e la sua presenza sul mercato

L’utilizzo dei microprocessori in un vasto range di dispositivi elettronici dipende oggi da un approccio centrato sull’adozione di “microprocessor IP”, base per la progettazione di SoC (System on Chip). Un Intellectual Property Block (IP-block) o IP core, è un’unità di “reusable design”, il cui utilizzo viene licenziato a una terza parte. Un IP-block viene utilizzato concettualmente nello stesso modo in cui si utilizza un circuito integrato discreto in una scheda, solo che qui la scheda è da intendersi come, per esempio, un ASIC di più ampie dimensioni. Un IP-block prende usualmente la forma di un Computer Program scritto in un Hardware Description Language, quale Verilog o VHDL. Nel contesto di licenza IP a terze parti, si colloca con indiscussa leadership la società ARM, che quando ideò il concetto di “openly-licensable IP” per lo sviluppo di SoC basati su microprocessori RISC a 32 bit negli anni ’90, apportò un cambio significativo nell’industria dei semiconduttori: licenziare tecnologia invece di produrre e vendere. Il “progetto” ARM nasce nel 1983 con ARM1, sviluppo di una commessa per  Acorn Computers. Dato che Acorn basava da tempo i suoi prodotti sul microprocessore 6502, tra l’altro CPU anche del famoso PC Apple II, il progetto iniziale presentava molte similitudini con questo chip, configurandosi come versione avanzata dell’originale 6502 prodotto da MOS Technology. La prima reale produzione di chip è del 1985 con ARM2, ai tempi il più semplice microprocessore 32 bit al mondo, con soli 30.000 transistor integrati contro, per esempio, il 68000 Motorola che conteneva 68.000 transistor. Alla fine degli anni ’80 Apple Computer iniziò a lavorare con Acorn su una nuova versione del core ARM, e questa iniziativa fu così importante che Acorn creò una società a parte, la Advanced RISC Machine, che divenne ARM Ltd quando la società fu quotata in borsa nel 1998. Il primo prodotto realizzato dalla nuova società, ARM 610, fu poi da Apple utilizzato per il suo Apple Newton PDA. Se questi sono i primordi, oggi si stima in 60 miliardi il numero di ARM Microprocessor Core utilizzati dai partner licenziatari di ARM, la cui tecnologia è usata nel 95% degli smartphone, nell’80% delle telecamere digitali e nel 35% di tutti i dispositivi elettronici. I core ARM possono essere suddivisi sinteticamente in tre categorie: Application Core, per dispositivi che devono “far girare” sistemi operativi aperti, quali Linux, Palm OS, Symbian, Windows CE, in ambientazioni wireless e consumer; Embedded Core, per applicazioni embedded realtime (industrial, networking, automotive, etc.); Secure Core, per applicazioni smartcard e SIM card; tra gli ultimi prodotti di ARM, il core Cortex-A73 a 2,8GHz, con supporto dell’architettura ARMv8-A,  dedicato a dispositivi di tipo mobile. Con l’emergere dell’Internet of Things la società ARM, tra i cui licenziatari vi è la maggioranza dei produttori mondiali di microcontrollori, sarà inevitabilmente presente con la sua tecnologia in un enorme numero di dispositivi connessi, e su questo si basa principalmente la scommessa di SoftBank. Da evidenziare che la società giapponese ha ben scelto il momento, dato che con la Brexit il cambio Sterlina/Yen, che era salito a 190 Yen/£ alla fine del 2015, è ora passato a 140 Yen/£, con un considerevole taglio del costo che SoftBank deve affrontare per l’acquisto.

Il profilo di SoftBank

SoftBank non è una Conglomerate Company ordinaria, in cui cioè convivono linee di business differenti anche estremamente eterogenee, ma si identifica molto con il proprietario e CEO  Masayoshi Son, il secondo uomo più ricco del giappone dopo Tadashi Yanai, fondatore e presidente della Fast Retailing, che controlla la catena di abbigliamento Uniqlo. SoftBank, che era praticamente sconosciuta al di fuori del Giappone fino al 1995 quando acquistò per 800 milioni di dollari il computer show COMDEX, è principalmente una Telecommunications Company con l’acquisto di Vodafone Japan nel 2006 e dell’80% del provider USA Sprint nel 2013. Tra le altre linee di business da citare un investimento da 20 milioni di dollari del 2000 nel gigante dell’e-commerce cinese Alibaba, società che oggi vale 65 miliardi, e l’acquisizione di due anni fa della startup francese Aldebaran Robotics, famosa per il suo robot per intrattenimento Pepper. Ma vi sono partecipazioni in altre società, per esempio lo smartphone game developer giapponese GungHo Online Entertainment e il mobile game provider finlandese Supercell, che, insieme alle precedenti, hanno permesso a SoftBank di accumulare negli ultimi mesi quasi 18 miliardi di dollari dalla crescita dei pacchetti azionari.  Ora è la volta di ARM che come SoftBank subsidiary potrà essere più aggressiva nell’emergente mondo IoT cui del resto Masayoshi Son crede molto. Non vi sarà cambiamento alcuno per l’azienda inglese come modello di business, cultura e brand, il quartier generale resterà a Cambridge e gli attuali 1700 ingegneri non solo resteranno ma il loro numero sarà incrementato a 3000 nei prossimi 5 anni. In pratica, SoftBank ritiene di poter garantire un livello di investimenti che ARM da sola non si potrebbe permettere. Gli analisti hanno subito evidenziato dei dubbi sulla “sensatezza” di questa operazione: ARM è una intellectual property licensing company mentre SoftBank è in sostanza una services company che non né competitor né cliente di ARM, per cui non è chiaro l’obiettivo di questa acquisizione, se non quello di supportare un’espansione degli investimenti della società inglese. Qulcuno parla di “esuberanza irrazionale” del CEO di SoftBank che ha avuto grandi successi nei propri investimenti su internet, ma non considera che la parte hardware del business è ben diversa.

Il fronte ARM

Quale l’atteggiamento di ARM, semplicemente monetizzare il successo avuto negli ultimi 25 anni o guardare a SoftBank come un’opportunità di finanziamento per diventare protagonista della rivoluzione IoT? Indubbiamente il management di ARM è lungimirante: il mercato degli smartphone, il più importanteb per ARM, è oramai saturo, il futuro è l’Internet of Things e le risorse economiche dell’azienda giapponese possono velocizzare il realizzarsi di questo futuro. Realisticamente parlando, l’assottigliarsi dei margini negli smartphone poco avrebbe inciso sull’equilibrio economico di ARM, tra l’altro massicciamente presente anche nei microcontrollori e in altri settori anche avanzati, ma il vero denaro lo fanno quelli che stanno in cima alla “catena alimentare”, e il riferimento è a Google, Vodafone e Apple, da cui l’occasione, con questo merge, di risalire la catena pilotando gli sviluppi del mondo IoT. Ma non è detto, perché si profilano all’orizzonte i competitor dell’open-source hardware, e il riferimento è alla RISC-V Foundation, che negli Stati Uniti sta suscitando grande interesse per la possibilità di avere un giorno un open-source processor che potrebbe offrire i vantaggi di un core ARM senza dover sostenere costi di royalties: si tratta di una nuova Instruction Set Architechture originariamente concepita dalla Computer Science Division dell’Università di Berkeley che ha tutti i numeri per diventare uno standard di architettura aperta per applicazioni industriali. E’ una sfida che si chiarirà nei prossimi 5 anni.

 

 

 

 

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