La saga dei dazi, che ha “appassionato” (e spaventato) le imprese, a partire dalla primavera del 2025, si arricchisce di un nuovo capitolo. Con un colpo di scena (non troppo scontato) che modifica gli equilibri. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che l’imposizione dei dazi, annunciati durante il Liberation Day dello scorso 2 aprile 2025 è illegale. Perché non negoziati all’interno della WTO, come da prassi.
L’introduzione degli strumenti impositivi, da parte di Trump, era stata giustificata invocando l’IEEPA (l’International Emergency Economic Powers Act). La Legge avrebbe autorizzato il Presidente ad agire in tal senso, in presenza di una minaccia “grave e inusuale” alla sicurezza nazionale del Paese. Tuttavia, secondo quanto disposto dalla Costituzione degli USA, è solo il Congresso ad avere potere in tal senso.
Dopo i dazi, arriva la soprattassa (surcharge)
Alla luce di tutto ciò, la Suprema Corte sostiene che, tra le misure previste dall’IEEPA, non sia ricompresa la scelta di imporre dazi. Dunque, si ricomincia da capo.
Ma la situazione non appare migliore, anzi. La risposta del Presidente non si è fatta attendere. Messi da parte i dazi, utilizza una nuova arma commerciale: la surcharge (soprattassa).
E con la Proclamation del 20 febbraio 2026 si rischia di ricominciare tutto da capo. Un nuovo periodo di instabilità potrebbe essere alle porte?
Come funziona la soprattassa aggiuntiva del 15%
Con la Proclamation del 20 febbraio 2026 (“Imposing a Temporary Import Surcharge to Address Fundamental International Payments Problems”) il presidente USA annuncia una soprattassa del 15% sui dazi già esistenti prima di aprile 2025. Giustificando la scelta come necessità per affrontare gli squilibri della bilancia dei pagamenti. È, in effetti, quello che stabilisce la Sezione 122 del Trade Act of 1974, la Legge Federale statunitense.
La durata dei 150 giorni di applicazione della surcharge
Dal 24 febbraio 2026, per 150 giorni, gli Stati Uniti applicheranno una surcharge del 15% sulle importazioni di beni provenienti dall’estero. Per incoraggiare la produzione nazionale e contribuire a correggere lo squilibrio nei pagamenti.
Prevedendo, però, delle deroghe per prodotti considerati essenziali per il mercato. Così come per evitare danni all’economia interna. Insomma, sono previste “esenzioni”. La Comunicazione elenca le specifiche voci, tra cui sono ricompresi anche i farmaci, i veicoli, i prodotti aerospaziali e i prodotti energetici.
La differenza tra il dazio (tariff) e la soprattassa (surcharge): un tecnicismo essenziale
Tutto, però, ruota attorno ai termini tecnici. Non parliamo più di tariff ma di surcharge: la differenza è fondamentale, perché si tratta di due cose completamente diverse.
Il dazio (tariff) è uno strumento di commercio internazionale. Ed è applicato a categorie di merci importate nel territorio di uno specifico Paese. Ha un importo fisso e, a volte, è frutto di una negoziazione (come tra UE e USA, in Scozia). Può essere permanente o di lungo periodo, e resta in atto fino a nuove decisioni. Ma, soprattutto, riguarda specifici settori.
La surcharge (soprattassa) è, appunto, una tassa aggiuntiva temporanea che si somma ai dazi già esistenti. È quindi un “plus” fisso, indipendente dal settore. Un erga omnes indiscriminato, a meno che non ci siano delle eccezioni. La surcharge dovrebbe essere temporanea ed è utilizzata come misura d’emergenza. Alla luce di tutto ciò, come cambia ora la scena economica globale? Bisogna rivedere tutti gli accordi e fare le apposite considerazioni.
L’imposizione per il Made in UE passa dal 15% al 20%
La soprattassa annunciata con la Proclamation del 20 febbraio 2026 rientra, però, nell’ambito di un regime temporaneo. Con una durata non superiore ai 150 giorni, a meno che non ci siano modifiche da parte del Congresso USA. Il giusto tempo per capire come “rispondere” alla Corte Suprema. Perché, di fatto, tutti i dazi imposti fino ad oggi sono nulli. Me se può sembrare una bella notizia, a conti fatti non lo è. Perché la matematica non è un’opinione.
Riavvolgendo il nastro, torniamo al 2025, prima del famoso Liberation day. Quando i dazi per l’export italiano, negli USA, si attestavano attorno al 4,8%. Ottima aliquota, indubbiamente. Ma che, con la soprattassa, sale quasi al 20. Valore superiore al 15 negoziato in Scozia. E, allora, forse, c’è poco da festeggiare. Potrebbe essere un ulteriore passo indietro. La scelta della Corte Suprema non va a favore di Bruxelles, mentre ne traggono beneficio Cina e Brasile, ad esempio.
L’escamotage della soprattassa
Secondo la Legge federale statunitense, il Presidente ha il potere di utilizzare misure speciali sulle importazioni (tra cui le soprattasse) per fronteggiare problemi fondamentali nei pagamenti internazionali. Tra questi, il grave deficit della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti. O, anche, un possibile deprezzamento significativo del dollaro e squilibri macroeconomici che possono danneggiare l’economia e la sicurezza nazionale.
Trump allora decide di giocare la carta della soprattassa perché, secondo i consiglieri economici della Casa Bianca, gli USA si trovano nella suddetta situazione. Eppure, fino a prima della Sentenza della Corte Suprema, sembrava che l’economia americana viaggiasse a ritmi sostenuti, proprio grazie all’imposizione dei dazi. Questo, secondo fonti ufficiali e istituzionali.
I dazi e la bilancia commerciale italiana
Secondo i dati del Tesoro americano, grazie ai dazi nel 2025 il Governo federale ha incassato quasi 290 miliardi di dollari. Un record dell’ultimo trentennio: il valore più alto dal 1993. Ma, secondo la Suprema Corte, si tratterebbe di tariffe frutto di un’azione illegale. Se consideriamo anche i primi due mesi del 2026, i miliardi salgono a 314, ma 133 sono frutto di imposizioni non legittime (a differenza dei restanti 181). Pagate, alla fine, dal consumatore statunitense.
Perché poi, di fatto, le imprese hanno continuato ad esportare, vendendo negli USA i soliti beni. L’effetto finale è stato un aumento dei prezzi interni sui prodotti. L’Italia ne è l’esempio chiave. Secondo l’Istat, nel 2025 le vendite di Made in Italy, negli USA, sono cresciute di 7,24 punti, passando da 64,9 miliardi a 69,6. Automotive, moda, eccellenze gastronomiche hanno un prezzo più alto, indubbiamente, ma restano ancora tra i prodotti preferiti dei consumatori statunitensi. Intanto, la bilancia commerciale è in positivo per l’UE, con un export doppio rispetto all’import.
L’Accordo UE-USA è a rischio?
La riscossione illegale, ora, come si risolverà? Partiranno procedure di rimborso? Si promuoveranno specifiche Class Action, che tanto piacciono agli americani? È tutto da decidere. Quello che invece interessa a noi è capire cosa ne sarà dell’Accordo con l’UE. Perché è questo l’aspetto più preoccupante di tutta la storia. Quale sarà la risposta di Bruxelles? Si tornerà a parlare del famoso bazooka che, da mesi, è lì nel cassetto pronto ad essere utilizzato?
L’UE chiede il rispetto dell’Accordo, pretendendo “piena chiarezza” dagli States. E delucidazioni sui passi che intendono intraprendere a seguito della sentenza della Corte. Gli USA, dal loro canto, sembra siano intenzionati a farlo. Come assicura il rappresentante commerciale Jamieson Greer. Ma nulla è certo. Le prossime settimane si annunciano movimentate.
