Sono questi in estrema sintesi i numeri che emergono dalla prima edizione dell'Osservatorio Innovative Robotics del Politecnico di Milano.
Questa indagine sull'adozione della robotica nelle imprese italiane del Politecnico di Milano è stata condotta su un campione di 382 aziende e integrata da analisi di mercato, interviste e un censimento di centinaia di startup internazionali del settore.
Il mercato: adozione e investimenti ancora legati alla dimensione aziendale
L'adozione della robotica resta fortemente correlata alla dimensione aziendale. Tra le imprese che utilizzano soluzioni robotiche, il 44% sono grandi imprese, il 38% medie e solo il 18% piccole. Guardando alla propensione di spesa effettiva nel 2025, il quadro è ancora più netto: ha investito in robotica il 46% delle grandi imprese, il 21% delle medie e appena il 9% delle piccole.
Anche sul fronte degli importi, il gap dimensionale è marcato. La spesa media annua per azienda è di circa 700mila euro per le grandi imprese, 240mila euro per le medie e 160mila euro per le piccole, con una media complessiva di 456mila euro. Di questa spesa, il 63% è destinato mediamente all'acquisto e all'installazione dei sistemi (CapEx), mentre il restante 37% va a gestione e manutenzione (OpEx) - una quota che cresce nelle grandi imprese, coerentemente con un parco installato più ampio e consolidato.
La tecnologia: i manipolatori tradizionali ancora dominanti
Sul piano tecnologico, la composizione attuale del parco macchine riflette ancora la netta predominanza della robotica tradizionale. I manipolatori robotici industriali sono presenti nell'82% delle aziende adottanti.
Seguono a distanza i robot collaborativi (25%), gli AMR (24%) e i manipolatori mobili (21%). Esoscheletri, quadrupedi e umanoidi restano per ora marginali, sotto il 5% di adozione ciascuno.
Gli ambiti applicativi confermano il radicamento nelle attività core della manifattura: processing (60%), movimentazione e trasporto (43%), presa e assemblaggio (40%) sono i tre casi d'uso più diffusi.
Cobot e AMR: la crescita più dinamica nel prossimo triennio
Il quadro cambia sensibilmente se si guarda alle intenzioni di investimento per il 2026-2028. Sono le categorie della robotica innovativa - sistemi che integrano intelligenza artificiale, sensoristica avanzata e capacità di apprendimento continuo - a registrare gli incrementi più marcati.
- I robot collaborativi (cobot) passeranno dal 25% al 34% di adozione.
- I robot mobili autonomi (AMR) dal 24% al 30%.
- I manipolatori mobili, oggi al 21%, mostrano invece un interesse prospettico più contenuto (12%), il che indica che su questa tipologia il mercato è probabilmente già più vicino alla saturazione tra i first mover.
Gli ambiti applicativi si estendono oltre il perimetro storico
Gli ambiti applicativi in questo caso si stanno allargando oltre il perimetro storico. Il controllo qualità è l'area con la crescita relativa più marcata (dal 14% al 23%).
Iniziano però a emergere - con numeri ancora piccoli ma in aumento - ricerca e didattica, supporto fisico e riabilitazione, sorveglianza e pattugliamento, operazioni in ambienti ostili.
È il segnale di una robotica che esce progressivamente dalla fabbrica per entrare in contesti di servizio, sicurezza e cura della persona.
Tra le aziende che pianificano investimenti nel 2026, il 29% destinerà risorse specificamente a soluzioni di robotica innovativa, con una spesa media pianificata di circa 183mila euro. La cifra è ancora contenuta in termini assoluti, ma segnala un interesse concreto e non più solo esplorativo.
Umanoidi: pochi nei capannoni, molti negli investimenti globali
Il capitolo umanoidi merita una lettura separata, perché racconta una dinamica diversa rispetto al resto del mercato. Oggi i robot umanoidi sono presenti in appena il 3% delle aziende italiane che adottano soluzioni robotiche, ma le intenzioni dichiarate per il 2028 portano questa quota all'11%.
Guardando all'intero campione di imprese - comprese quelle senza alcuna soluzione robotica - solo il 5% prevede investimenti specifici in umanoidi, ma il 35% non esclude la possibilità.
Perché investire in robot umanoidi
I driver alla base di questo interesse sono illuminanti su come le imprese stiano effettivamente pensando l'utilizzo degli umanoidi. Il 70% di chi valuta questa tecnologia lo fa per assegnare ai robot attività rischiose, ripetitive o logoranti. Il 15% lo fa per compensare la crescente carenza di addetti alla produzione. Il 5% invece per sostituire lavoratori specializzati in prossimità della pensione.
Più che uno strumento tattico di ottimizzazione operativa immediata, gli umanoidi vengono dunque letti come una possibile risposta strutturale alle criticità demografiche e di forza lavoro che il settore manifatturiero italiano si trova ad affrontare.
Il dato più interessante, però, arriva dal fronte degli investimenti internazionali. La categoria umanoidi è quella a maggiore concentrazione di capitali a livello globale, con cinque delle dieci startup robotiche più finanziate al mondo attive in questo segmento.
La capacità di questi sistemi di operare in ambienti pensati per le persone - senza richiedere costose riconfigurazioni degli spazi - li rende candidati naturali per automatizzare quei processi a basso tasso di automazione attuale che, va ricordato, rappresentano ancora la maggioranza dei contesti produttivi italiani.
Le barriere di adozione della robotica: non è (solo) una questione di costi, ma di contesto normativo
Per le aziende che oggi non adottano soluzioni robotiche e non prevedono di farlo nei prossimi tre anni, la barriera principale - indicata dal 51% del campione - è un contesto normativo e di mercato percepito come non ancora pronto.
Va sottolineato che l'89% di chi identifica il contesto come ostacolo principale attribuisce questa valutazione specificamente all'inadeguatezza del quadro regolatorio. Pesano in questo senso l'assenza di una definizione legale univoca di "robot", la transizione normativa frammentata tra Nuovo Regolamento Macchine e AI Act, le sovrapposizioni tra autorità e i vuoti negli standard tecnici integrati. Questa complessità si traduce in costi di conformità elevati, particolarmente penalizzanti per PMI e startup.
Le barriere, però, cambiano significativamente in base alla dimensione aziendale:
- per le piccole imprese, il freno principale resta la combinazione di costi elevati e difficoltà a ricondurre i propri processi produttivi a soluzioni robotiche già disponibili sul mercato;
- per le grandi imprese, il nodo critico è piuttosto la difficoltà di costruire business case solidi che giustifichino l'investimento.
Benefici - reali e percepiti della robotica - ancora "tradizionali"
Su questo secondo punto, è interessante notare come i benefici più monitorati dalle aziende che hanno già investito siano ancora quelli "tradizionali": aumento della produttività (75%), miglioramento della qualità di processo (65%), aumento di sicurezza ed ergonomia (49%), riduzione dei costi (40%).
Crescono tuttavia le valutazioni legate a capacità di acquisizione e analisi dei dati (27%) e flessibilità - sia di processo (26%) che di volume (22%) - segno che la robotica innovativa richiede framework di valutazione più ampi, capaci di catturare dimensioni che i tradizionali parametri finanziari non colgono.
Manodopera e occupazione: un po' leva, un po' minaccia?
Un dato trasversale merita attenzione. Sei aziende italiane su dieci riconoscono nella robotica una risposta concreta al calo di manodopera atteso nei prossimi decenni, conseguenza combinata di invecchiamento demografico e denatalità.
Il 41% di queste aziende ammette peraltro di avere oggi processi con un potenziale di automazione nullo o basso - segno che la spinta a investire in robotica non nasce più solo da processi standardizzati e ripetitivi, ma anche da realtà meno strutturate che si interrogano su quanto l'automazione possa davvero supportarle.
Sul fronte occupazionale, il quadro che emerge non è quello di una sostituzione netta, ma di uno spostamento delle competenze richieste. Se alcune attività manuali e ripetitive sono destinate a essere progressivamente automatizzate, cresce in parallelo la domanda di figure professionali legate a progettazione, sviluppo, implementazione e manutenzione delle soluzioni robotiche - una transizione che richiede investimenti sistemici in formazione e riqualificazione.
L'ecosistema startup: gli umanoidi attraggono i capitali
A completare il quadro dell'Osservatorio, c'è una mappatura dell'ecosistema internazionale delle startup robotiche. L'ecosistema conta 493 realtà fondate dopo il 2020 e finanziate negli ultimi due anni, distribuite in 39 Paesi, per un funding complessivo dichiarato di 7,39 miliardi di dollari.
Nord America e Asia ospitano ciascuno il 38% delle startup, ma il Nord America raccoglie il 57% del funding totale con una media di 22,5 milioni di dollari per startup, quasi il doppio della media asiatica (12,4 milioni).
L'Europa è terza con il 20% delle startup e appena il 10% dei finanziamenti totali. Le startup italiane sono circa il 2% del panorama globale, con oltre 120 milioni di dollari raccolti complessivamente.
Robotica in Italia: un mercato a doppia velocità
Dai dati dell'Osservatorio otteniamo la fotografia di un settore a doppia velocità. Da un lato un mercato tradizionale, dominato dai manipolatori industriali, ancora largamente trainato dalle grandi imprese e maturo in termini di adozione. Dall'altro una nuova generazione di soluzioni - cobot, AMR e, in prospettiva, umanoidi - che promette di abbassare la soglia di accesso anche per le PMI, proprio perché non richiede le costose riconfigurazioni infrastrutturali tipiche della robotica tradizionale.
La tecnologia procede a un ritmo sostenuto, ma la palla come sempre passa in campo alle aziende: la capacità di tradurre questa tecnologia in progetti concreti, soprattutto nelle imprese di minori dimensioni, dipenderà dalla velocità con cui si chiariranno il quadro normativo, i framework di valutazione degli investimenti e le competenze disponibili sul mercato.
