Incentivi pubblici, innovazione digitale e attenzione alla sostenibilità, assieme, contribuiscono a realizzare uno sviluppo industriale equilibrato e duraturo. Eppure, non è sempre così semplice, e le vicende degli ultimi mesi lo confermano. Dalla sua, l’imprenditore ha però la finanza agevolata. In grado di contribuire all’ottenimento di importanti risultati, sia in termini di efficienza operativa che di accesso ai finanziamenti.
Ma a che punto siamo con uno degli strumenti agevolativi più importanti di questo 2026? Introdotto da quasi tre mesi, ma concretamente non ancora partito, l’iperammortamento è stato oggetto di diversi panel durante la tre giorni bolognese di MECSPE. In particolare, Thomas Lerose, durante l’evento organizzato da Tinexta Innovation Hub, ha fatto il punto sulla misura. Evidenziando aspetti sottovalutati o su cui ci si sofferma sempre meno. Vediamo quali.
L’iperammortamento e la sua componente tecnologica
Il passaggio dal credito d’imposta all’iperammortamento è la novità principale di questo 2026: lo sanno oramai tutti. Così come è nota la principale differenza tra i due strumenti, ovvero la loro “natura”. Il primo è cassa, perché direttamente spendibile, mentre l’iperammortamento ha una durata pluriennale, perché si riflette poi nell’ammortamento dei beni.
Le due misure intervengono sui beni tecnologicamente avanzati, riconducibili al concetto di Industria 4.0. E se dal 2017 al 2025 il credito d’imposta ha subìto diverse modifiche, non è mai stato toccato dal punto di vista tecnico. Gli Allegati del 2016 erano gli stessi del 2025. Allo stesso modo, il focus dell’iperammortamento resta la digitalizzazione.
Tuttavia, la Legge di Bilancio 2026 non solo ha modificato gli elenchi dei beni (ora riportati negli Allegati IV e il V della Legge 199/2025, e non più negli A e B della 232/2016) ma ha esteso il beneficio d’imposta. Alcuni beni, che prima erano considerati impianti generici, oggi possono rientrare nel perimetro agevolativo. Dunque, via libera a cavi, server, alcuni arredi e altre tipologie di impianti.
L’aspetto green dell’iperammortamento
L’inclusione di nuove voci negli Allegati evidenzia un interesse governativo nel favorire principalmente la transizione digitale. Allo stesso tempo, però, si aggiunge anche una componente di transizione ecologica, già presente nel Piano 5.0. Questo, nonostante l’emendamento di dicembre 2025 alla Legge di Bilancio, per la parte relativa all’iperammortamento di beni finalizzati alla realizzazione di obiettivi di transizione ecologica.
Da una prima lettura, lo scenario agevolativo sembra offrire solo una maggiorazione per i beni tecnologicamente avanzati, senza un chiaro riferimento al risparmio energetico. Questo, probabilmente alla luce delle difficoltà riscontrate operativamente (con calcoli e procedure). Ma anche perché l’Italia non vive, ancora, una piena maturità su questo tema, dal punto di vista normativo. Eppure, un ruolo chiave lo ricoprono gli investimenti in impianti fotovoltaici.
L’iperammortamento per autoconsumo e autoproduzione energetici
L’agevolazione ammessa per gli investimenti in impianti fotovoltaici mostra una certa continuità con il Piano Transizione 5.0. Rientrano tra i costi agevolabili quelli in fonti per autoconsumo e autoproduzione. Eppure, anche gli impianti fotovoltaici devono rispettare un vincolo: devono essere prodotti all’interno degli Stati membri UE, quindi con creazione, struttura, assemblaggio e test elettrici effettuati in UE. Con certificazione dal produttore. Almeno fino a disposizione contraria.
Le classi di efficienza, però, non sono più tre, come nel Piano Transizione 5.0. Viene infatti eliminata la prima, con l’esclusione di pannelli fotovoltaici della Lettera A, art. 12 DL Energia 181/2023. Ed è forse questo l’aspetto più variabile rispetto alla disciplina 4.0, in continuità però con la 5.0. Perché, nella semplificazione e nel sacrificio degli investimenti green, in qualche modo è comunque vitale continuare a favorire la transizione energetica. Perché, oggi, l’Europa appare ancora fortemente dipendente da fonti di approvvigionamento esterne.
Ovviamente, la crisi russa e quella mediorientale non aiutano. Il danno ricade soprattutto sulle imprese, che subiscono più di tutti l’aumento dei costi energetici, con una riduzione della marginalità, che trasforma l’utile in perdita. E allora, il ricorso ai pannelli fotovoltaici viene visto come un’ancora di salvezza, per rendere il sistema più autonomo e meno dipendente dall’esterno.
Dal credito d'imposta all'iperammortamento: un'evoluzione nei piani aziendali
Diversamente da quel che sembra, allora, con la Legge di Bilancio non c’è un vero e proprio addio al Piano Transizione 5.0, se lo intendiamo come attenzione all’aspetto green. Non siamo di fronte a un reale cambiamento, ma si va verso l’evoluzione di un percorso già avviato. Quanto fatto finora non sarà sufficiente, ma va visto come un primo e concreto passo verso la transizione ambientale. Si tratta di misure parziali che possono portare lontano. Intanto, accanto alla dimensione ecologica, resta centrale anche quella economica.
Nel 2026, il passaggio dal credito d’imposta all’iperammortamento “stravolge” i programmi delle aziende. Ma, attenzione, anche in meglio. Se il primo va considerato come misura “one shot”, lo stesso non vale per l’iperammortamento. Con il credito d’imposta le aziende investivano, ottenendo un ritorno immediato in termini di cassa, compensando con l’F24. L’iperammortamento è invece una misura pluriennale, con una operatività diversa e una tempistica più lunga.
La logica della pianificazione, con l’iperammortamento
L’arco temporale triennale dell’iperammortamento è una certezza, un aspetto che si ripercuote sulle scelte delle imprese. In positivo. In questo modo, infatti, diventa più semplice pianificare gli investimenti. C’è una prospettiva più lunga, senza il bisogno di attendere (ogni fine dicembre) la Legge di Bilancio, temendo la diminuzione a sorpresa delle aliquote per il credito d’imposta.
L’iperammortamento, quindi, offre una visibilità temporale ampia, introducendo una logica di pianificazione triennale, che permette alle aziende di inserire gli investimenti all’interno dei propri piani industriali. Questo perché pianificare non significa solo acquistare beni materiali o immateriali tecnologicamente avanzati. Significa dare vita a un percorso di trasformazione in grado di migliorare la performance aziendale.
Le imprese devono entrare nell’ottica che l’investimento va ben oltre la sostituzione del macchinario obsoleto: bisogna fare un passo in avanti, approfittando del momento per procedere con uno studio di fattibilità in grado di ridurre il costo medio unitario del prodotto – con una conseguente maggiore redditività.
Il problema della formazione
Se l’obiettivo finale rimane il miglioramento delle performance nel manufacturing, viene da chiedersi, allora, se il credito d’imposta ci sia riuscito, negli anni di suo interregno. I dati dicono di sì, ma solo parzialmente. Dal 2017 ad oggi sono stati investiti circa 18 miliardi in beni strumentali, ma l’Italia resta indietro nella formazione e nell’utilizzo effettivo delle tecnologie. I macchinari avanzati, nella disponibilità delle imprese, non sono utilizzati al massimo, con uno sfruttamento incompleto delle potenzialità.
In questo scenario si inserisce la formazione, collocandosi in una posizione molto delicata all’interno dell’intera vicenda. Negli ultimi anni, ad eccezione di un occasionale credito d’imposta e dei 630 milioni previsti dal Piano Transizione 5.0, non c’è mai stato un vero e proprio progetto attorno allo sviluppo professionale, per una serie di ragioni, tra cui la complessità degli aspetti burocratici-operativi delle misure.
Se mancano le competenze, lo sfruttamento delle tecnologie diventa parziale, con una significativa parte di valore inespresso del bene strumentale. Sarebbe inesatto dire che i risultati raggiunti nella produzione, orientata alla digitalizzazione, non siano buoni. Ma non c’è ancora stato quel salto culturale, in grado di trasformare gli strumenti a disposizione delle aziende in un reale vantaggio strutturale.
E, intanto, tutti in attesa di novità per il vincolo del Made in UE…
Ultima, ma non per importanza, resta la grande incognita del vincolo Made in UE. Ovvero la regola del local content, come stabilito dalla norma primaria, la Legge di Bilancio 2026. Con l’obiettivo di tutelare l’industria europea, i beni oggetto dell’investimento agevolabile dovrebbero essere prodotti in uno degli Stati membri UE o in uno degli Stati aderenti all’Accordo sullo Spazio Economico Europeo.
Questa scelta, però, rischia di creare una situazione di stallo, con una domanda non totalmente soddisfatta dalla produzione UE che, per certi versi, appare limitata. Pertanto, MEF e MIMIT hanno stabilito di correggere il tiro, modificando la disciplina. Tuttavia, per la correzione è necessario uno strumento legislativo di primo livello. Non basta un semplice Decreto ministeriale: c’è bisogno almeno di un Decreto-Legge.
Quando arriverà? Al momento tutto tace. O quasi. Il MEF con un comunicato stampa del 12 marzo 2026, ha ufficializzato l’intenzione di rimuovere il vincolo. Ma, probabilmente, prima del prossimo aprile non ci saranno novità. In attesa che il DL riordini le idee e dia nuovo impulso agli investimenti, una cosa è certa. Da novembre 2025 (con l’esaurimento dei fondi) e marzo 2026 (con l’incognita normativa) sono passati cinque mesi, ed è stata registrata una frenata non indifferente nei progetti industriali.
