Il PwC 2026 Global AI Jobs Barometer, che monitora l’impatto dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro tramite l’analisi di oltre un miliardo di annunci di lavoro nel mondo, evidenzia un crescente divario tra le imprese più avanzate nell’utilizzo dell’AI e quelle che ne fanno un uso più basilare.
Già le aziende “AI intensive” registrano un 40% di produttività in più (tra il 2022 e il 2025) rispetto alle aziende meno esposte all’AI, con punte altissime del 163% per il 20% delle prime (“Top Fifth”). Sono quasi cinque volte più produttive rispetto alla media delle stesse.
Anche le professioni con competenze AI crescono otto volte più velocemente (69%) rispetto al mercato del lavoro nel suo complesso (9%), compresi i premi salariali che possono arrivare a punte del 118%.

"Le aziende che ottengono i maggiori ritorni dall’AI non la usano semplicemente per ridurre i costi. La usano anche per accelerare l’innovazione, far nascere nuovi business e moltiplicare il valore generato dalle competenze umane", commenta Alessandro Caridi, Digital Innovation Leader di PwC Italia.
"È proprio questa la differenza. Chi guarda all’AI come motore di crescita e di nuove opportunità sta ampliando il proprio distacco, in termini di produttività e sviluppo, rispetto a chi la impiega prevalentemente per automatizzare ciò che già esiste".
Come cambia la combinazione delle competenze con l’AI
La ricerca mostra anche come l’AI stia rapidamente ridefinendo il mercato del lavoro. Accelera la domanda di competenze tecniche avanzate in ambito AI. Aumenta il valore delle capacità umane come giudizio, creatività e leadership. Premia le aziende che l’adottano in modo strategico.
Secondo il report, l’AI sta alimentando una crescente polarizzazione del mercato del lavoro. Da un lato ci sono i ruoli “professionalizzati” e ad alta specializzazione tecnica. In questo caso l’AI automatizza le attività di routine e consente agli specialisti di concentrarsi su compiti a maggior valore aggiunto. Dall'altra i ruoli “democratizzati”, nei quali l’AI rende le attività più accessibili anche a profili meno esperti.
I più specializzati registrano una crescita doppia delle opportunità di lavoro e un incremento salariale più rapido del 42% e devono dotarsi di competenze nuove per creare valore con l’AI nel proprio dominio di appartenenza. Infatti, l’AI azzera le barriere d’ingresso per le attività esecutive di base (“ruoli democratizzati”). Impone però nuove competenze per creare valore a livello strategico e non commettere errori sistemici.
Le professioni che richiedono competenze AI, come prompt engineering, machine learning, risk management e conformità all’AI Act, crescono rapidamente. Il ritmo è di circa otto volte superiore (69%) rispetto al mercato del lavoro complessivo (9%). Questo tasso di crescita è quasi doppio rispetto al 2024 e supera quello medio del mercato del lavoro dal 2015.
Cresce anche il premio salariale per i lavoratori con competenze specifiche in AI, raggiungendo il 62% nel 2025, in aumento rispetto al 57% dell’anno precedente. Il premio varia a seconda del settore. Può arrivare fino al 118% nei beni di consumo, mentre si attesta intorno al 16% nel settore pubblico e governativo.
I settori a maggiore intensità AI con personale specializzato
Tecnologia, media e telecomunicazioni (11%) e servizi professionali (6%) registrano la quota più elevata nella crescita delle posizioni in ambito AI, seguiti dai servizi finanziari (5%), mentre il settore sanitario si colloca all’estremo opposto (meno dell’1%). La diffusione delle competenze legate all’intelligenza artificiale risulta più elevata nei ruoli a maggiore intensità digitale e cognitiva, in particolare nelle professioni IT e informatiche, nel marketing e nella comunicazione, nella ricerca scientifica e nelle attività creative legate a design e produzione di contenuti, dove si osservano i livelli più alti di penetrazione dell’AI nei job posting.
Competenze relazionali e trasversali integrate all’AI
Già nei ruoli entry-level collegati all’AI, è sette volte più probabile che venga fatta una richiesta di competenze tipicamente associate a livelli senior, come leadership, creatività o interazioni dirette, con una crescita del 35% dal 2019, mentre gli altri ruoli entry-level sono diminuiti del 10%.
Anche in Italia, le occupazioni più esposte all’AI evidenziano il maggiore dinamismo sul fronte delle competenze. Tra il 2019 e il 2025 hanno registrato un’evoluzione delle skill richieste quasi doppia rispetto alle professioni meno esposte.
Le trasformazioni più rapide interessano in particolare le professioni digitali e IT, le attività di business e la produzione di contenuti, che registrano una crescente ampiezza e multidimensionalità delle competenze richieste.
Si tratta infatti di un set di skill sempre più esteso e di natura eterogenea: competenze tecniche, creative, analitiche e relazionali al tempo stesso.
Il paradosso delle competenze aumentate
In pratica, la tecnologia automatizza la parte ripetitiva della produzione, ma allarga il perimetro di ciò che alla persona viene richiesto di saper governare. È il cosiddetto “paradosso delle competenze aumentate”. Più un sistema tecnologico diventa autonomo ed efficiente nell’eseguire compiti complessi, più diventa critico e strategico il ruolo dell’operatore umano chiamato a supervisionarlo e governarlo.
Per esempio, chi produce contenuti deve disporre di strumenti di AI generativa e prompt engineering, ma anche di interpretazione dei dati di performance, di cura editoriale e di coerenza di brand, nonché di giudizio critico e creatività sulle risposte del sistema automatico.
"Il tradizionale rapporto tra esperienza e competenza sta cambiando. L’AI assorbe molte delle attività di routine che un tempo rappresentavano la naturale palestra dei primi anni di carriera. Allo stesso tempo, anticipa la richiesta di competenze tipicamente umane, capacità di giudizio, leadership, adattabilità, fin dalle fasi iniziali del percorso professionale.
Le aziende sono chiamate a ripensare i propri modelli di sviluppo del talento: solo così potranno accompagnare le nuove generazioni nella crescita e valorizzarle in un contesto profondamente diverso dal passato", aggiunge Caridi.
L’intreccio tra capacità tecniche, trasversali e specialistiche
L’AI non starebbe quindi sostituendo le competenze esistenti, ma accelerando la combinazione tra capacità tecniche, competenze trasversali e conoscenze specialistiche nel medesimo ruolo. La direzione dunque non sarà più il saper fare una sola cosa molto bene, ma nel saper integrare strumento tecnico, giudizio umano e conoscenza specialistica in un unico profilo.
In questo contesto, per capacità tecniche si intende la padronanza degli strumenti di AI e del digitale (modelli generativi, prompt engineering e lettura dei dati), perché l'AI automatizza la routine e lascia alla persona i compiti a maggior valore aggiunto.
Per competenze trasversali si intendono quelle tipicamente umane che portano crescita di valore (giudizio, creatività, adattabilità, leadership), che diventano il vero fattore distintivo, proprio mentre la parte esecutiva viene automatizzata. Le conoscenze specialistiche sono quelle di dominio (il settore, la materia, il contesto di business), necessarie per validare e indirizzare le risposte dell’AI.
Italia in linea con il trend globale
Il quadro italiano appare coerente con le dinamiche osservate a livello globale, dove i settori della tecnologia, media e telecomunicazioni e dei servizi professionali concentrano le quote più elevate di annunci che richiedono competenze AI nel 2025 e sono in crescita.
Oltre l’8% degli annunci richiede competenze AI, seguito dai servizi professionali (3,4%) e dal manifatturiero (1,9%), mentre i servizi finanziari si assestano su livelli più contenuti (circa 1,5%). Al contrario, comparti come sanità e PA mostrano livelli di adozione più contenuti, pur registrando una crescita progressiva delle applicazioni.
Gli annunci di lavoro che richiedono skill legate all’intelligenza artificiale sono aumentati di circa 24mila unità in un solo anno, portando la quota di posizioni AI all’1,7% del totale degli annunci pubblicati.
L’Italia si colloca ai livelli delle principali economie europee, ma ancora al di sotto dei Paesi che guidano la diffusione delle competenze AI, che sono India (8,1%), Cina (6,4%), Stati uniti (2,8%) e Regno Unito (2,2%), mercati caratterizzati da una maggiore presenza di servizi digitali e attività ad alta intensità di conoscenza.
