Il 28 febbraio si è concluso il Piano Transizione 5.0. Mentre il MIMIT vive una fase di bilanci, i numeri sembrano migliori delle aspettative. Sono 19mila le imprese che hanno avuto accesso al Piano, con un ammontare dei crediti d’imposta richiesti pari a 4 miliardi e 250 milioni – una cifra più elevata rispetto alle iniziali stime. Intanto si prova a capire come soddisfare le legittime aspettative di quelle rimaste fuori dal finanziamento europeo. Tenendo fede all’impegno assunto dai Ministri.
In tutto ciò, l’iperammortamento fa il suo corso. La più grossa novità introdotta con la Legge di Bilancio 2026 è infatti la rimodulazione di Industria 4.0. Sparisce il credito d’imposta e si ritorna alla formula originale, ovvero l’iperammortamento. Se ne è parlato durante la seconda giornata di MECSPE, a Bologna, grazie a un interessante momento di confronto sul tema – promosso da Corporate Studio, società di consulenza aziendale specializzata in finanza agevolata ed engineering normativo, fondata nel 1996 da Luca Pietranera.
Sono emerse diverse letture del ruolo degli incentivi fiscali. Ma sono state analizzate anche opportunità e criticità degli strumenti di incentivo agli investimenti. E, in particolare, è stato possibile conoscere i progetti del MIMIT, attraverso le parole di Marco Calabrò - dirigente del Dipartimento per le politiche per le imprese (https://www.mimit.gov.it/en/component/organigram/?view=structure&id=850). Mentre si attende il famoso Decreto attuativo di cui si parla dallo scorso gennaio.
L’iperammortamento, tra tempistiche e Made in UE
Non è stato accolto con troppo entusiasmo, eppure l’iperammortamento prevende un montante di risorse importante. Parliamo di 8 miliardi di euro. Una somma consistente, ma con un meccanismo differente rispetto al credito d’imposta. Perché è proprio dagli errori commessi in passato che si impara. E, al momento, sulla nuova misura fiscale confluisce una stringente attenzione al tiraggio.
Viene quindi riconfermata la tripartizione, ovvero i tre momenti di comunicazione attraverso la piattaforma gestita dal GSE: prenotazione delle risorse, conferma attraverso il versamento del 20%, e comunicazione finale. Tutto questo consentirà al MIMIT di verificare la rispondenza tra le richieste delle imprese e le risorse.
Resta sempre, al momento, l’incognita del Made in UE. La norma primaria aveva inteso privilegiare l’Europa. Tuttavia, questo tentativo apprezzabile di sostenere l’impresa regionale va inquadrato in un regime un po’ più flessibile. Soprattutto per evitare danni, quando in realtà lo scopo iniziale era tutt’altro. Dunque, si attendono cambiamenti. Sì, ma quando?
Come ha ricordato Calabrò, fino a fine febbraio il MIMIT è stato impegnato con il Piano Transizione 5.0. In uno dei prossimi Consigli dei Ministri verrà dato seguito a un decreto di concerto MIMIT e MEF, partendo dalla prima bozza di inizio gennaio 2026. Si parla allora di tempi immediati, considerando che la piattaforma risulta già predisposta.
L’orizzonte temporale e la forma dell’investimento nell’iperammortamento
L’iperammortamento presenta un orizzonte temporale abbastanza ampio, probabilmente inaspettato. Con un’estensione fino a settembre del 2028. In questo modo, si riesce quindi a garantire una pianificazione adeguata degli investimenti, tenendo conto che i flussi decisionali e le tempistiche di una grande impresa non sono sempre immediati. Questo aspetto appare quindi molto positivo. E piace.
Qualche dubbio, invece, sulla forma della misura, che è passata da un credito d’imposta ad un’extra deduzione fiscale. Cambia quindi la percezione di quella che è la misura stessa perché risulta, appunto, soggetta a capienza fiscale, spalmata nel tempo. Probabilmente il mercato avrebbe preferito uno strumento più immediato. Ma bisogna tener conto dei vincoli geopolitici temporali (e del budget statale).
Un altro elemento di rilievo del nuovo iperammortamento è la semplificazione. La tripla comunicazione al GSE, meccanismo al quale le imprese sono comunque già abituate, potrebbe essere modificata con il Decreto attuativo in arrivo. Allo stesso tempo, si attende anche la revisione degli Allegati, con l’inserimento delle infrastrutture IT – come già auspicato in passato. Si punta così a superare la visione macchino centrica della normativa.
La questione IRES-IRPEF nell’iperammortamento
Negli ultimi mesi si è parlato di percentuali e maggiorazioni, facendo spesso confusione. Sul punto va fatta chiarezza, con un ragionamento semplice, come ricorda Dario Deotto, founder dell’omonimo studio di consulenza. La maggiorazione fiscale, applicata ai costi sostenuti da ditte individuali e da persone fisiche, porterà un beneficio maggiore rispetto a quello previsto per le società di capitale.
Trattandosi infatti di una deduzione, è un dato matematico, considerando le aliquote dei soggetti IRPEF e IRES. Il beneficio, quindi, dipende dall’aliquota di imposta applicata. Le società di capitali pagano l’IRES con un’aliquota del 24%. Per le persone fisiche, invece, l’IRPEF può arrivare fino al 43%. Di conseguenza, chi è soggetto a un’aliquota più alta ottiene, dalla deduzione, un vantaggio fiscale maggiore.
È anche vero che, oggi, sempre meno contribuenti pagano effettivamente l’IRPEF ordinaria, poiché operano in regimi con imposte sostitutive. Pensiamo a chi applica il regime forfettario e, quindi, non può utilizzare questo tipo di agevolazione. Ma ragioniamo anche sull’IRES premiale. L’iperammortamento va a sostituire uno strumento pensato per favorire fiscalmente alcune imprese. E, su questo punto, le visioni sono state discordanti.
L’IRES premiale come antagonista dell’iperammortamento
Possono convivere iperammortamento e IRES premiale? No. Sebbene entrambi siano previsti dalla Legge di Bilancio, l’uno esclude l’altra: non sono quindi cumulabili. L’IRES premiale è uno strumento con una logica stimolante. Nonostante in passato la sua applicazione fosse risultata complessa, mostrava aspetti interessanti. Soprattutto nell’attuale contesto economico, dove la crescente diffusione delle tecnologie e dall’automazione dei processi produttivi viene percepita come competitor del lavoro umano.
Alle imprese che avrebbero effettuato investimenti innovativi senza ridurre il numero di lavoratori, sarebbe stata riconosciuta l’agevolazione, con l’abbassamento della aliquota dal 24 al 20 per cento. In questo modo, il legislatore intendeva incentivare l’innovazione tecnologica preservando al contempo i livelli occupazionali. In passato, tale scelta era apparsa condivisa anche da parte di organizzazioni rappresentative del sistema produttivo, come Confindustria.
Nel tempo, però, la misura è stata resa più complessa, con l’aggiunta di ulteriori requisiti, tra cui l’incremento del numero dei dipendenti. La logica di fondo restava però immutata. Eppure, imporre alle aziende di scegliere tra premialità e iperammortamento risulta frustrante. Soprattutto oggi, considerando quanto l’effetto di sostituzione tra capitale e lavoro appaia imminente.
Il lavoro umano all’interno dei processi produttivi
La domanda allora sorge spontanea. In un momento di revisioni della materia, come quello attuale, dove il Decreto in arrivo potrebbe cambiare più cose, c’è spazio anche per una modifica alla disciplina dell’IRES premiale? È possibile un ripensamento, per preservare il ruolo del lavoro umano all’interno dei processi produttivi? Un domani, si potrà contare su nuovi strumenti di politica fiscale o industriale analoghi?
La risposta è (nuovamente) no. Da più parti si invoca una certa cautela nel caricare gli strumenti di politica industriale di obiettivi ulteriori rispetto a quelli principali. L’iperammortamento ha lo scopo di aumentare la produttività e la diffusione dell’innovazione tecnologica. L’IRES premiale ne ha un altro. Non vuol dire che le due condizioni siano antitetiche, anzi.
Dalle valutazioni di diversi istituti di ricerca, tra cui Banca d’Italia e MIMIT, emerge infatti un dato interessante: le imprese che investono fanno registrare un incremento dell’occupazione, con performance economiche migliori rispetto a quelle che non lo fanno. E allora, il timore secondo cui gli investimenti in tecnologie avanzate possano portare, necessariamente, a una riduzione del lavoro umano è infondato.
L’iperammortamento, specchio di un nuovo modus operandi
Basta ragionare secondo l’ottica del piagnisteo. Con la nuova formulazione dell’iperammortamento, il Governo punta a sostenere le cosiddette aziende in prospettiva. Quelle, cioè, che risultano sane e che producono utili, generando quindi ricchezza. In passato è capitato che il credito d’imposta fosse utilizzato in maniera impropria, per la compensazione di bilanci negativi e di perdite aziendali.
Veniva talvolta adottata l’idea di usare le risorse pubbliche per poi, successivamente, regolarizzare la posizione economico-fiscale, attraverso strumenti come il ravvedimento operoso. Con il nuovo iperammortamento questa possibilità è esclusa. Ed emerge una chiara volontà governativa nel sostenere le imprese virtuose.
Saranno favorite quelle economicamente solide, in grado di produrre utili e generare valore. Le agevolazioni sono importanti, ma è giunto il momento di saper (e dover) camminare anche senza il supporto esterno. La finanza agevolata è un booster, ma non è la base di partenza per gli investimenti. Gli incentivi dovrebbero agire da catalizzatori dell’innovazione, non diventarne l’unica premessa. Severo ma giusto, come ragionamento.
