Strumento di creatività

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Fabio Ghezzo, direttore tecnico-commerciale di Eurogi.

Arduino, piattaforma elettronica OpenSource basata su hardware e software flessibile e di facile utilizzo, è un fiore all’occhiello tutto italiano ma anche globale in quanto frutto dell’unione di tecnologie esistenti.

Arduino nasce dall’idea di un gruppo di ragazzi, che frequentavano l’istituto di formazione post-dottorale Interaction Design Institute a Ivrea, di avvicinare le potenzialità delle applicazioni elettroniche agli studenti e a tutti coloro interessati dell’argomento, fornendo una base tecnologica di immediato accesso rispetto a quanto esistente nel mercato. Il fine è stato quello di far diventare l’elettronica uno strumento con cui imparare la stessa elettronica ma creando subito applicazioni funzionanti. Il gruppo di Arduino ha utilizzato e rivisitato alcuni strumenti hardware e software già esistenti e sviluppati in ambiente OpenSource, creando un ambiente nuovo e accattivante per gli utilizzatori. A sua volta il progetto Arduino ha reso OpenSource tutto questo ambiente compresi i dispositivi hardware e le librerie software di utilizzo degli stessi. Per saperne di più abbiamo intervistato Fabio Ghezzo, direttore tecnico-commerciale di Eurogi.

Può illustrarci, in sintesi, il “contenuto” tecnologico di Arduino?

Arduino è molto sinteticamente un circuito stampato con integrati un microcontrollore di cui una selezione di pin vengono connessi alle porte I/O, tra cui l’interfaccia USB per programmazione attraverso il computer e l’IDE di sviluppo. La struttura fisica permette di aggiungere in piggyback ulteriori Shield con funzionalità aggiuntive quali Ethernet, DMX, e altro ancora. Arduino offre una serie di dispositivi con differenti capacità di calcolo e funzionalità, e quindi dimensioni, impiegabili in ambiti diversi. Una versione interessante può essere letteralmente cucita in un vestito.

Arduino è come framework OpenSource per la prototipazione rapida e l’apprendimento veloce dei principi fondamentali dell’elettronica e della programmazione. Questa definizione ci pare troppo limitativa e comunque non tale da permettere un’adeguata comprensione. Per cui le chiediamo: più precisamente, cosa è Arduino?

Innanzitutto è doveroso premettere che descriverò cosa rappresenta per me Arduino in quanto ognuno vi può trovare aspetti diversi. Arduino è un po’ di sabbia, amalgamata in mattoncini con cui costruire delle porte per tutto quello che può entrare e uscire. I componenti elettronici sono organizzati in schede base cui aggiungere altre funzionalità con strati connettibili per gestire via software le interazioni tra diversi attori: sensori, attuatori, reti, macchine e uomini. Arduino attraverso la sua stessa struttura ci invia alcuni messaggi dirompenti anche da spento. È un virus hardware che lavora in noi su più fronti e attraverso di noi contagia i nostri simili. Ci fa tornare bambini permettendoci di mettere letteralmente le mani dentro quegli oggetti inscatolati tanto utili quanto distanti nei meccanismi che li governano, quali TV, elettrodomestici, cellulari. Il mondo Arduino ci avvicina all’elettronica in modo da permetterci di replicare attorno a noi quello che facciamo di continuo, interagire con una logica con i dati del mondo per modificare lo stato delle cose secondo una finalità. Il poter “far fare” alle cose delle azioni ci rende consci di un atto creativo che ci stimola nel trovare il modo giusto per farlo, “smanettando” ovvero il metodo che ci ha permesso di diventare Sapienti, anche se non ancora Saggi. Arduino dandoci questa semplicità nell’usare gli strumenti base, concentrandoci nella loro interazione e i relativi problemi da superare, in realtà ci spinge inconsciamente a osservare diversamente la realtà cercandovi possibili spazi per il nostro intervento. Spazi che prima ci erano preclusi ora si aprono, si cercano e si trovano. Arduino traduce la teoria dell’informazione in operatività informatica e elettronica, due aspetti identici dello stesso concetto. È un divulgatore scientifico importantissimo in quest’epoca affinché non cresca l’Hardware Divide tra i grandi produttori di dispositivi e gli utenti, magari bravissimi nell’usarli ma completamente ignoranti di come funzionino al loro interno.

Arduino offre una serie di dispositivi con differenti capacità di calcolo e funzionalità, e quindi dimensioni, per ambiti diversi; una versione interessante può essere letteralmente cucita in un vestito.

Arduino, tutto italiano ma anche globale, frutto dell’unione di tecnologie esistenti: può meglio dettagliarci questa affermazione?

Arduino è un progetto nato tra ragazzi di diverse nazionalità in un istituto di formazione in Italia, a Ivrea, dove si è concretizzata l’ispirazione che si è basata su un nuovo modo di utilizzare strumenti esistenti con un nuovo obiettivo. Tutti gli strumenti usati sono OpenSource, e quindi sviluppati da comunità inter-nazionali che riescono a interagire in tutto il globo avendo in comune la filosofia della condivisione. Per esempio l’IDE dove vengono sviluppati i programmi, chiamati Sketch per rendere meglio la velocità di implementazione dall’idea al software all’hardware, è stato derivato da un IDE esistente basato su piattaforma JAVA. Questo dimostra come la formazione scolastica possa essere non solo un luogo di “riversamento” di nozioni ma anche una via per lo sviluppo di idee nuove necessariamente basate su queste nozioni.

Considerando lo specifico dell’automazione industriale, vi sono possibilità applicative per Arduino?

Applicare in una realtà industriale i concetti del progetto Arduino è sicuramente una sfida interessante. Un primo spunto è quello della possibile nascita di un “Apprendistato Reciproco” tra le generazioni che escono dalle scuole e quelle che operano nelle aziende. Le nuove tecnologie non soltanto hardware ma anche social-software potrebbero essere integrate negli standard industriali appoggiandosi appunto alla maggiore comprensione delle nuove generazioni ma seguendo le direttive fondamentali che soltanto l’esperienza pluriennale porta con sé. Un altro aspetto è quello della cooperazione funzionale ovvero di una più complessa interazione, auspicabilmente basata su standard comuni, tra fornitori di dispositivi funzionali, più complessi di singoli componenti, che possano dare un valore aggiunto alle applicazioni finali sviluppate dai costruttori. È un modo di mutuare il concetto di Shield di Arduino che può aiutare il time-to-market dei produttori/integratori lasciando la focalizzazione di un’azienda sul suo core business. Infine Arduino potrebbe influenzare un atteggiamento volto a prevedere l’imprevedibile. OpenSource e OpenHardware sono due formule operative nel presentare i propri risultati ma le applicazioni degli utenti hanno determinato il manifestarsi di altri due aspetti interessanti. Il primo è la nascita di una nuova “Multinazionale”, quella degli utilizzatori che influenza le scelte dei produttori. Le tecnologie con forme e soluzioni tecniche sia hardware che software non vengono definite e poi imposte ma pensate per gli utenti che ne determinano l’evoluzione seguendo concetti darwinisti. I produttori, cioè aziende di ogni dimensione ma anche gli utilizzatori stessi, ragionano preventivamente su quanto potrà superare tale selezione. Questo modo di pensare influisce sulla progettazione e di qui nasce il secondo concetto importante ovvero un “DesignOpen”, un modo di rendere i propri progetti non solo aperti nella documentazione di sviluppo ma anche nello sviluppo delle interazioni. Si tratta di prevedere l’imprevedibile creando molte “porte” con chiavi il più possibile passpartout, ovvero cercare di essere compatibili con gli standard più diffusi invece di crearne di nuovi. Si può progettare anche senza sapere dove e come verrà impiegato il risultato finale e ciò pone molta attenzione nel dare un risultato stabile e affidabile, bilanciato nella specificità, quindi ottimizzazione delle risorse, ma aperto senza essere generalista con spreco delle stesse. Se guardiamo i dispositivi elettronici presenti sul mercato la maggior parte di essi è priva di questa apertura. “HardwareOpen” significa aggiungere qualche porta di ingresso e di uscita, con un po’ di middleware di interfaccia e osservare come verrà usata.

L’intervistato

Fabio Ghezzo, Laurea I livello in Fisica presso Università degli Studi di Torino e Master in Sistemi Embedded presso Politecnico di Torino, ha terminato gli studi universitari con una tesi frutto dello stage di quattro mesi in Germania presso un’azienda del settore Elettrico/Elettronico nel team di sviluppo di una serie di alimentatori switching. Poi ha seguito la sua passione per il software collaborando con aziende di Torino nello sviluppo di sistemi integrati con dispositivi hardware. Le esperienze maturate sono state poi messe al servizio nella Eurogi, azienda di automazione industriale fondata dal padre, dove si occupa della Direzione Tecnico-Commerciale, ascoltando le richieste del mercato e indirizzando gli sviluppi tecnologici dei prodotti, con l’obiettivo di essere ponte tra due mondi spesso troppo divisi.

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