RFID per la gestione della sicurezza alimentare

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fig1Non esiste nulla di più importante della sicurezza alimentare, anche se l’ampia condivisione di questo principio spesso non si traduce in iniziative di controllo a prova di contraffazione con supporti tecnologici adeguati.

La sicurezza alimentare, semplificando, si articola su tre fronti: la garanzia di adeguate condizioni igieniche, l’aderenza dell’alimento ai contenuti dichiarati e la sicurezza della provenienza, quest’ultima oggetto purtroppo di frode con produzioni dichiarate nazionali e invece importate da paesi “a basso costo”. Fondamentale la possibilità di risalire la filiera produttiva, fino alla fonte delle materie prime, che devono quindi essere tracciabili. Complessivamente in Europa si ha un buon livello di controllo e di rispetto delle prescrizioni in materia di sicurezza alimentare, e le relazioni annuali degli Stati membri sottolineano la ricerca di metodi e strumenti per migliorare l’efficienza dei sistemi esistenti. Anche negli Stati Uniti è alta l’attenzione al problema, come dimostra la recente proposta di nuove regole da parte della U.S. Food & Drug Administration (FDA) da integrarsi nel Food Safety Modernization Act (FSMA) del gennaio 2011, con stimolo all’adozione di sistemi basati sull’identificazione in radiofrequenza.

Un nuovo approccio tecnologico

Suona strano parlare di “nuovo approccio” riferendosi alla tecnologia RFID, oramai matura e di ampio utilizzo in molteplici ambiti applicativi nel commercio e nell’industria. Ma la qualifica di “nuovo” ben si adatta a settori in cui la penetrazione è ancora percentualmente bassa, e dove le soluzioni tecnologiche non sono più adeguate alle esigenze di gestione di crescenti quantità di dati. Questo è il caso dell’agro-alimentare, dove la raccolta dati vede ancora protagonista prevede il barcode, tecnologia non certo esaurita nelle sue potenzialità, ma forse non più in grado, da sola, di far fronte alla crescente complessità gestionale del comparto alimentare sotto il profilo della sicurezza. Due sono i difetti che si imputano al barcode: la possibilità di danneggiamento delle etichette, da cui illeggibilità delle codifiche e la necessità che l’utente legga espressamente il barcode con scanner o imager, senza un’automazione di raccolta dati, garantita invece dall’RFID, e oramai le esperienze applicative hanno dato indicazioni sicure su come implementare un sistema RFID con tassi di lettura vicini 100%. Importante poi la disponibilità di tag RFID con sensoristica di temperatura integrata, in grado di registrare i valori nel trasporto per verifica di situazioni che potrebbero aver alterato un alimento, e integrando un GPS si avrebbe, sempre automaticamente, la rilevazione dell’origine e di altri eventuali passaggi.

Il fattore economico

Un allargamento dell’uso dell’identificazione in radiofrequenza nell’alimentare è però ostacolato dal costo. Nel caso di un’etichetta barcode oramai i costi sono sostanzialmente prossimi allo zero, mentre nel caso dei tag RFID si punta quantomeno ad arrivare ai pochi centesimi al pezzo, questo, senza dimenticare la possibilità di abbinamento tra le due tecnologie barcode e RFID, per esempio etichette barcode su contenitori e tag RFID su pallet. Il fattore economico impatta poi sull’intera filiera, nel senso che la tecnologia funziona solo se l’intero canale distributivo si adegua adottando nuovi sistemi di identificazione, dall’operatore logistico ai singoli punti vendita. Ma vi sono dei ritorni importanti, considerando per esempio che quasi un terzo di tutti gli ortofrutticoli viene scartato in qualche punto del percorso dal campo al cliente finale e che una variazione di temperatura di soli 2°C durante il trasporto può ridurre di ben quattro giorni la conservabilità dei prodotti. In generale, con l’RFID è più rapida l’individuazione di alementi contaminati, da cui meno costi conseguenti il richiamo dal mercato di prodotti non più aderenti agli standard qualitativi, con una maggiore salvaguardia del brand del produttore nella percezione dell’utente finale.

 

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