Rescue Robot

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Un esempio di “serpentine robot”, l’Active Scope Camera, sostanzialmente un tube-like robot con una telecamera miniaturizzata nella parte terminale.

La denominazione Rescue Robot indica una particolare tipologia di sistemi robotizzati concepiti per supportare il personale impegnato in operazioni di soccorso o anche per svolgere autonomamente missioni di salvataggio.

I robot utilizzati in operazioni “search & rescue” nascono per consentire missioni di ricerca e salvataggio in ambienti dove un essere umano non può andare, per impossibilità fisica o per rischio alla sua incolumità. Le prime realizzazioni arrivano dall’ambientazione militare, e un esempio emblematico è BEAR (Battlefield Extraction Assist Robot) della Vecna Robotics, realizzato con i fondi dell’US Army. Il robot BEAR è semovente, ha sembianze umanoidi, può sollevare fino a 250Kg, è in grado di localizzare e trasportare persone, e riesce anche ad afferrare oggetti fragili senza danneggiarli. Da sperimentazioni di questo genere si è poi sviluppato un filone di sistemi per usi civili, e in questo campo il Giappone è senz’altro leader, con una ricerca stimolata anche dalla predisposizione del paese a eventi tellurici: non per nulla, l’impegno del paese asiatico è iniziato nel 1995, dopo il disastroso terremoto di Kobe, dove persero la vita quasi 7000 persone. Il primo problema che i progettisti di rescue robot hanno dovuto affrontare è stato quello di garantirne la mobilità tra ostacoli e macerie ed è stata inizialmente scelta una struttura fisica che ricorda quella di un serpente, che ha dato il nome ai “serpentine robot”. Il primo esemplare, l’Active Scope Camera sviluppato dall’università Tohoku e dall’International Rescue System Institute (IRS), è sostanzialmente un tube-like robot con una telecamera miniaturizzata nella parte terminale; come principale innovazione, la presenza per tutta la lunghezza del corpo di ciglia in plastica che consentono, vibrando, la mobilità anche negli spazi più angusti. Active Scope Camera è di fatto un “supporto semovente” per telecamera, nell’ambito della pura raccolta d’informazioni, poi trasmesse ai soccorritori. Un altro “serpentine” robot è l’IRS Soryu, costituito da tre sezioni collegate da giunti mobili, ciascuna munita di cingoli; nella parte terminale vi è una telecamera CCD e una termocamera per individuare le vittime anche se sono sotto le macerie. Attualmente la ricerca si sta indirizzando anche verso una funzionalità differente dalla sola raccolta dati, verso i life-saving robot tipo il precedente modello BEAR, e un esempio arriva dai vigili del fuoco di Tokio, con Robocue, sistema a controllo remoto che si sposta su cingoli e fornito di un bracccio articolato con cui può, tramite uno scivolo, caricare e mettere al sicuro al suo interno una persona ferita.

L’approccio “trattorino”

Abbiamo usato questa dizione invero poco seria ma che rende bene l’idea, per evidenziare uno dei principali filoni di sviluppo dei rescue robot per recupero dati da ambienti impraticabili dall’uomo per situazioni di pericolo. Un esempio è il Gemini-Scout Mine Rescue Robot dei Sandia National Laboratories, per raccolta d’informazioni a seguito di disastri minerari. In pratica si tratta di un insieme di sensori semovente su cingoli, a controllo remoto. Con lo Scout Mine si possono raccogliere dati sulla presenza di gas esplosivi, sull’instabilità delle pareti di contenimento di una galleria tramite telecamera, e sulla presenza di infiltrazioni d’acqua; per quanto le dimensioni siano molto compatte, il robot può agevolmente superare ostacoli e muoversi in acqua alta fino a mezzo metro. Tra le opzioni presenti, un apparato radio con cui i sopravvissuti al disastro, una volta raggiunti, possono comunicare con i soccorsi. Anche l’Europa sta partecipando alla realizzazione di rescue robot avanzati, come nel caso della Technische Universitat Darmstadt in Germania, con Hector GV, robot semovente su quattro ruote motrici, caratterizzato dalla presenza on board di un sistema computer con scheda grafica Nvidia per elaborazioni realtime delle immagini acquisite allo scopo di identificare corpi di vittime, oggetti e anche simbologie HAZMAT, o Hazard Symbol con cui si indicano luoghi e sostanza pericolose.

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