Intent-Based Networks

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Un concetto di networking non completamente nuovo, ma che solo ora inizia a svilupparsi uscendo dalle semplici formalizzazioni concettuali e dalle proof of concept, verso implementazioni reali.

Questa nuova idea di networking è caratterizzata dal termine “intent”, facilmente traducibile in “intento”, ma più propriamente reso da intenzione, obiettivo, scopo, finalità. Le Intent-Based Networks (IBN come acronimo) hanno tutte le prerogative per poter ridefinire il mondo con cui le reti aziendali possono essere gestite, sostituendo sostanzialmente il “come fare” (per ottenere un dato obiettivo) con “cosa si vuole ottenere”, e c’è chi sostiene che il futuro dell’Internet of Things non potrà che basarsi sulle IBN, che diventeranno la prima scelta per reti IoT entro il 2020, stante la loro capacità di correggersi e raggiungere automaticamente, o se si preferisce in modo autonomo, lo stato desiderato. Da sottolineare che le Intent-Based Networks non sono un prodotto o uno specifico mercato, ma il risultato di un approccio appunto di Intent-Based Networking, a sua volta riconducibile a una porzione software (networking software) finalizzato a supportare pianificazione, progettazione, implementazione e operatività delle reti per migliorarne disponibilità e agilità, e, dettaglio non trascurabile, le innovazioni negli algoritmi di machine learning permetteranno a queste reti di diventare realtà.

Il ruolo del Software-Defined Networking
Si diceva, in sommario, che il concetto di Intent-Based-Networking non è completamente nuovo, e infatti si potrebbe considerare come un’evoluzione del Software-Defined Networking, a sua volta estensione della Network Function Virtualisation (NFV): se con NFV si intende un’architettura di rete concepita per permettere una separazione dell’hardware dal software come funzione, da cui un processo di virtualizzazione delle funzionalità di rete che porta a sostituire i servizi forniti da dispositivi hardware di rete con componenti software installati su server, con SDN il software può attuare una riconfigurazione dinamica per esempio della topologia di rete di un provider di servizi per adeguarsi al carico e alla domanda del momento, o anche per indirizzare capacità di rete addizionali dove necessario per continuare a garantire la qualità di servizio. In pratica, il Software-Defined Networking prevede che il controllo, disaccoppiato dall’infrastruttura fisica, sia demandato a un’applicazione software. Come esempio emblematico si può considerare un flusso di dati organizzati a pacchetti. In una rete tradizionale quando è trasmesso un file, unità di dati instradata da una sorgente a una destinazione in base all’indirizzo di destinazione per esempio su internet, il layer TCP di TCP/IP lo suddivide in porzioni di dimensioni adeguate al routing, e ogni packet può seguire differenti percorsi di rete, con riassemblaggio al layer TCP dell’unità ricevente. Ma quando un pacchetto, sempre in una rete tradizionale, arriva a uno switch, le regole impostate nel firmware indicano dove veicolare i dati, il che significa che lo switch invia tutti i pacchetti destinati a uno stesso indirizzo utilizzando lo stesso percorso trattando quindi tutti i pacchetti nello stesso modo. L’approccio SDN vuole invece attribuire agli amministratori di rete la possibilità di risposte dinamiche ai cambiamenti dei requisiti della comunicazione, consentendo quello che è definito “packet shaping”: regolazione del traffico dati per garantire determinati livelli di performance o di qualità di servizio; per esempio, ritardardando pacchetti meno importanti e privilegiando un flusso di dati più prioritari, operando da una postazione centrale senza dover mettere materialmente mano a switch alcuno, ma modificando le regole di ogni switch, dando o togliendo priorità o anche bloccando specifici tipi di pacchetti. Con l’approccio IBN si amplifica la “softwarisation” della rete introducendo anche l’elemento machine learning, indispensabile quando le azioni sulla rete diventano più deterministiche e algoritmiche: si potrebbe affermare che l’Intent-Based Networking è un Software-Defined Networking cui è stata aggiunta una capacità di machine learning, che si esprime principalmente con riferimento a una delle quattro caratteristiche: la “assurance and dynamic optimization/remediation”.

I vantaggi per l’utente
Indubbiamente, soprattutto tra gli addetti ai lavori, è in atto un ampio dibattito attorno all’Intent-Based-Networking o anche Intent-Driven-Networking, per amplificare il concetto che è “lo scopo/intento” a pilotare la funzionalità di rete.
Questa topologia smart, si sostiene, possiede la capacità di monitorare tutte le performance di rete, identificare obiettivi funzionali, risolvere problemi, e questo senza che sia necessario intervento umano. Ma tutto ciò è, o sarà reale, o si tratta di una pura speculazione concettuale? In effetti gli esempi non mancano, e un caso significativo riguarda un primario produttore di robot industriali, tra i leader del settore, con più di 250.000 robot installati nel mondo. L’azienda mette anche a disposizione servizi di monitoraggio continuo, tra cui ricerca guasti, diagnostica e manutenzione. Questi obiettivi sono raggiunti grazie proprio a una Intent-Based Network che, tramite il Control Center Cisco, permette di gestire i robot industriali dei clienti, ovunque essi siano, anticipando eventuali problemi grazie alla IBN che costantemente analizza i dati ricevuti dai sistemi connessi; essendo possibile modificare i parametri della rete, la IBN esegue automaticamente i cambiamenti necessari per mantenere lo stato ottimale desiderato dall’azienda. Da aggiungere che i dati sono realtime e non semplicemente scaricati in un database, e l’azienda può localizzare l’esatto robot che richiede immediata attenzione senza dover “navigare” in una mole di dati giornaliera non certo contenuta. Questo ovviamente è un esempio di eccellenza di non semplice trasferimento a un contesto aziendale qualsiasi, ma resta il fatto che le realizzazioni iniziano a esserci, e risultano estremamente efficaci. Passando a approccio più generale ai vantaggi per l’utente, il primo, pur forse vago ma non per questo meno importante, è che le reti possono diventare molto più agili, con le diverse implementazioni modificabili di fatto “on the fly” in risposta al mutare delle condizioni della rete. Inoltre si dovrebbe avere l’eliminazione di molti compiti operativi poco ricchi di contenuto, ma comunque potenziale fonte di errori nell’impostazione di parametri, permettendo allo staff IT di un’azienda di concentrarsi su impegni di più alto livello, ottenendo nel contempo maggiore sicurezza e affidabilità. Molto importante, si minimizza comunque l’interazione umana per attività dedicate a realizzare servizi e circuiti nella rete o tra reti.

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