Comprendere la tecnologia

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L’argomento che intendiamo trattare in questo editoriale è abbastanza spinoso in quanto potrebbe dar luogo a equivoci e fraintendimenti, collocandoci in una posizione di supponenza che è ben lungi dalle nostre intenzioni, anche perché il nostro vero obiettivo è di stimolare dibattito e approfondimenti. Ora, il tema proposto prendiamolo un po’ alla larga chiedendoci: per chi si occupa di tecnologie in senso lato, qual’è l’attività più facile? Non vi viene in mente? Ma ovviamente è quella del futurologo, del tecnologo-futurologo, categoria di venditori di illusioni che periodicamente, in genere all’inizio di ogni nuovo anno, lanciano proclami saccenti pregni di “vision” innovativa, che devono stupire, intrigare, attirare e generare ammirazione. «Ma come fa a sapere queste cose?», ci si potrebbe chiedere. Semplicemente non sa, se le inventa, partendo naturalmente, e di ciò si deve dare atto, da reali situazioni tecnologiche in divenire. Anche quest’anno siamo stati benedetti dalle previsioni fantastiche del futurologo di moda, sul cui nome glissiamo per non dare soddisfazione. Tra le varie perle: entro 15 anni un computer da 1000 euro sarà potente come il nostro cervello ed entro 40 come la somma di tutti i cervelli umani sul pianeta; entro il 2050 le auto saranno almeno per l’80% elettriche e muovendosi produrranno elettricità anche per la rete elettrica delle città; entro il 2020 inizieranno a diffondersi le auto senza guidatore e, grazie all’internet delle cose, parleranno con i semafori e le atre auto; avremo in casa (e qui non è detto esattamente quando) non solo stampanti 3D per realizzare oggetti, ma anche nanofabbriche per manipolare atomi per costruire quello che ci serve; robot con GPS sofisticatissimi (ancora senza data) consentiranno l’agricoltuta di precisione, con semina e applicazione di pesticidi guidate da satelliti. Anche noi possiamo con successo cimentarci: entro il 2021 ci saranno i soft tablet, morbidi come cuscini su cui potremo addormentarci, con i tablet che nel sonno ci insegneranno le lingue straniere. Un contraddittorio con i futurologi non serve, perché subito pongono in atto il solito vecchio trucco del salto all’indietro: una volta si affermava che non era possibile né del resto serviva avere computer con più di 64K byte, mentre oggi abbiamo i giga e domani saranno normali i peta. Ma questo è un gioco sporco, che non tiene in debito conto che il manager dell’epoca si confrontava con la tecnologia del momento, e semmai lo si potrebbe accusare di rigidità intellettuale e di poca capacità di comprensione della dinamica della tecnologia. E qui torniamo al punto: comprendere la tecnologia. Se ci si limita a questo, si fa professione indubbiamente di intelligenza e competenza, ma in termini statici. La vera e utile capacità è quella di comprendere come applicare la tecnologia, il che presuppone averla ben interiorizzata come materia prima concettuale da innestare, anche solo piccoli elementi ma di grande potenziale innovativo e modificante, sia su progetti esistenti che su realistiche visioni di qualcosa che ancora non esiste perché non erano ancora presenti le necessarie condizioni tecniche ed economiche. Si tratta di competenza ma anche di intuizione che non sempre è esclusiva di rari individui geniali, ma conseguenza di un ambiente stimolante, libero da schemi precostituiti e ricco di interazioni con il mondo delle cose e delle persone, al di là di rigide compartimentazioni professionali. Ma questo lo sanno tutti, si dirà, ed ecco che si torna alle prime righe dell’editoriale. Solo una domanda: perché i giovani ricercatori italiani, ben dietro nella scala dei valori a un qualunque assessore comunale, quando vanno all’estero inventano di tutto e di più? Non sarà perché trovano mezzi e stimoli? In conclusione, non basta comprendere la tecnologia nei molteplici aspetti che l’innovazione ci propone, ma anche comprendere come applicarla per migliorare quello che c’è e per creare quello che non c’è ancora. In questo la differenza tra il parlare del futurologo e il realizzare di chi in tal modo veramente apre al futuro.

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